Veloce. Una banalità. Che Kimi Antonelli abbia la velocità nel sangue, di più, nell’anima, lo aveva capito papà Marco quando se lo prese in braccio bambinetto e gli fece guidare una Lamborghini. E così Bono, alias Peter Bonnington, l’ingegnere di pista cresciuto con Lewis Hamilton e che s’è trovato per le mani il crac successivo. Aprile 2024, primo test su una F1 in Austria con una Mercedes di tre anni prima. Occhi alle curve della telemetria, sorriso trasferito con una telefonata a Toto Wolff. Che non ha cambiato idea neppure il successivo 30 agosto, quando la prima sessione ufficiale di prove libere a Monza è terminata contro le barriere della Parabolica dopo appena otto minuti. Il tempo per far registrare qualcosa che ancora oggi nel box d’argento ricordano: due giri e Kimi è uscito dall’Ascari 15 km più veloce di tutti gli altri campioni navigati del Circus. Logico andasse a battere la curva dopo? Logico. Ma (Wolff dixit) è più facile rallentare un purosangue che trasformare un ronzino in purosangue. Insomma, di cosa parliamo? Cosa rende davvero speciale Andrea Kimi Antonelli? Già il nome. Nessun omaggio a Raikkonen, ma il suggerimento di Enrico Berraggia, ex pilota e amico del padre, alla richiesta della mamma di un secondo nome breve che si sposasse bene con il suo preferito. Manco la gag dio Massimo Troisi in “Ricomincio da tre”. Infatti Veronica lo chiama sempre Andrea. Quando non usa “Topo”. O “Amore”. Davanti a tutti. E senza che Kimi si imbarazzi. Perché la cosa che lo rende davvero speciale è proprio la sua freschezza. L’andare in chiesa da solo a pensare e pregare dopo una vittoria. Portare cento porzioni di lasagne alle donne e uomini della Mercedes nel primo GP italiano della sua carriera (Imola 2025) o i suoi meccanici sui kart la mattina dopo l’apoteosi trionfale di Monza. Due mesi fa, quanto è entrato in una nuova dimensione che profuma di leggenda. Oltre l’essere campione, il più giovane campione del mondo della storia di Formula 1.
Un ragazzo pulito che vive sull’onda della sua passione
Kimi è e rimane il ragazzino un po’ Giamburrasca che tira fuori la linguetta quando spinge con la macchina o ne combina una con gli occhi luccicanti goduria. Come disegnare con un pennarello barba e baffi sulla foto del pass del compagno di squadra George Russell, il primo ad aver imparato a non sottovalutarlo. E neppure a prendersela. Come fai. Ti mena con il sorriso. O quando si scatena nel box prendendo tutti a torte in faccia o innaffiandoli con il suo fucile ad acqua. Roba da ragazzino in spiaggia. Infatti i vent’anni li ha festeggiati sui trampolini dell’Aquafan di Riccione insieme a Marco Bezzecchi e i suoi amici. Già, la Trubù VR46, quella che ha come stemma il sole e la luna di Valentino Rossi, metà Peter Pan metà stregone. Nel senso che ha stregato più generazioni di tifosi, avvicinandoli alle due ruote. Così come adesso Kimi attrae i giovani. E dà un senso al tifo anche del Popolo Rosso, in attesa come Godot di una Ferrari vincente ma ora ben contento di osannare. Il coro da stadio “Sarà Perché di Amo” di Monza… Qualcosa da brividi anche per chi i Ricchi e Poveri non li ascolterebbe mai. Tanto meno lui, che in cuffia prima della gara e dopo un piatto di riso in bianco fa girare in loop “Can’t Hold Us” del rapper bianco statunitense Macklemore. Non possono trattenerci, fermarci. Verissimo. Mantenendo i piedi per terra, l’autenticità che gli ha fatto dire una parolaccia in conferenza stampa a Monza arrossendo. Dopo per altro aver bocciato l’artistico trofeo ideato per il GP d’Italia dal duo di artisti vedovamazzei, definendolo “una ciotola”. Infatti dopo averlo alzato rimontando dalla 19ª casella della griglia e aver fatto stage diving sulle braccia dei tifosi che riempivano il rettilineo manco un concerto dei Rolling Stones, Kimi ci ha mangiato un piatto di pasta. Con in testa il casco tricolore in onore di Valentino, appunto. Insieme all’amico Bez. Un altro della Tribù tavulliana. Non ci credete ancora? Peggio per voi. Kimi è così. Vero. Pulito. Finanche senza tatuaggi (roba davvero di tempi preistorici). Ecco, agli ultimi scettici raccontiamo il siparietto con Lewis Hamilton (supertatuato) in conferenza a Barcellona. Kimi gli chiede: «Fa male farli?». E alla risposta «dipende dalle zone» se ne esce con un meraviglioso «io sono di Bologna…». Ironico, conviviale, solidale. Cosa chiedergli di più?
Fonte: http://www.tuttosport.com/rss/formula-1
