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Binotto: “Ho l’anima Ferrari e un mio Antonelli”


MONZA – Evidentemente il destino aveva progetti diversi per la Ferrari e per Mattia Binotto. Proprio quattro anni fa il presidente John Elkann garantì che il Cavallino avrebbe vinto il Mondiale «entro il 2030»: era futuro anteriore, non è (ancora) successo e dal 2023 si prova a rincorrere quella meta con Fred Vasseur. I due hanno calcato la stessa strada in senso inverso: Vasseur dalla Sauber alla Ferrari, Binotto da Maranello alla Sauber, che Sauber più non è.
Da quest’anno si dice Audi, marchio fortissimo che oltre quattrocento titoli – luminosi quelli dei rally con l’allora rivoluzionaria trazione integrale, erano gli anni Ottanta, di Le Mans e dell’endurance, della Dakar, del DTM – ha deciso di diventare la numero uno anche in questo mondo. Di questo e altro abbiamo parlato con lui a Monza. 

Mattia Binotto, come vive il derby Ferrari-Antonelli? 
«Nasco e rimango tifoso della Ferrari. Sono contento per Kimi, un italiano di grande talento, ma per me Monza ha il colore rosso». 
 
Quanto le dispiace che Kimi non sia un pilota suo? 
«Zero, perché il mio fenomeno ce l’ho: Gabriel Bortoleto».  
 
Allora ci racconti qualcosa del suo talento e della sua italianità. 
«L’Italia è la sua seconda patria, avendo Gabriel lasciato il Brasile a dodici anni per formarsi nel karting. Al suo talento non manca nulla e potrebbe imitare Kimi, che si è potuto esprimere solo quando ha avuto una gran macchina». 
 
Questo è compito di Audi e della roadmap 2030, l’anno entro il quale promettete di lottare per il Mondiale. 
«Se la domanda è sulle scadenze la risposta è: le stiamo rispettando sul piano strategico, quindi investimenti, infrastrutture, crescita della squadra che oggi ha l’età media più bassa in Formula 1. Anzi non siamo neanche ancora in fase di crescita, ma di semina». 
 
Non c’è un obiettivo di classifica per quest’anno? 
«No, e comunque da Silverstone facciamo punti, anche se la vettura esprimeva già prima una competitività, pur non arrivando al traguardo. Il vero obiettivo è dare la percezione, interna al team ed esterna, che Audi è in Formula 1 per fare sul serio». 
 
Neanche a parlare del 2027. 
«Obiettivo mandare avanti gli oltre cento progetti in corso di esecuzione». 
 
Punta a inseguire più la Mercedes perché è tedesca, o la Ferrari per una rivalsa? 
«La Mercedes perché è sempre stata per me una concorrente. E per ribadire che Audi è l’unica squadra davvero tedesca di Formula 1: noi facciamo i motori in Germania, Mercedes in Inghilterra». 
 
Loro stanno aspettando, sia per introdurre il V6 evoluto con ADUO, sia per gli sviluppi aerodinamici attesi solo per Baku (fine settembre). Giocano al gatto col topo? 
«È un segno di forza: hanno un vantaggio e sentono di poterlo gestire, introducendo sviluppi maturi». 
 
La Ferrari oggi appare come una squadra meno italiana rispetto a quando c’era lei: è una percezione sbagliata? 
«Difficile da giudicare, anche se l’anima del Cavallino resta italiana». 
 
Stefano Domenicali dice che Schumacher gli abbia insegnato la lentezza, per poter capire. A lei cosa ha insegnato? 
«L’insoddisfazione, per spingere il limite della sfida un po’ più in là». 

«Dobbiam capire» è rimasto un suo marchio di fabbrica, ripreso da Crozza e da qualcuno travisato. Cosa significa davvero? 
«Che l’intuito percorre strade senza uscita e non consente mai un passo successivo, al contrario della razionalità. Come quando parliamo di correlazione tra galleria e pista: le risposte le danno solo i numeri. Comunque Crozza mi ha sempre divertito molto». 
 
Cos’ha capito lei in quasi trent’anni di Ferrari e in due di Sauber/Audi? 
«A Maranello che la differenza la fanno le persone con le loro singole qualità: sembra banale ma è sostanza. E mi ci ritrovo in questa Audi multinazionale, con pochissimi svizzeri». 
 
Se proietta l’immagine di questa esperienza in Audi con quella precedente, cosa ne esce? 
«Che Ferrari rimane sempre una squadra molto più attraente di quanto lo fosse la Sauber quando è cominciato il percorso Audi. E con Hamilton lo è ancora di più». 
 
A Maranello cercano di replicare il ciclo vincente 1999-2000: è possibile o serve riscrivere una storia dal foglio bianco? 
«Credo che quell’esperienza abbia insegnato moltissimo per etica del lavoro, gestione di un team, voglia di vincere. Poi lo schema va applicato alla Formula 1 di oggi che è più complessa, più grande per organici, per budget, per temi tecnici, per tutto». 
 
Lei nasce motorista: l’abilità dei piloti non è troppo dipendente da un software? E come si fa a parlare alla gente di harvesting e deployment? 
«No e no: i piloti si adattano e pensano solo alla guida, la gente vede più sorpassi e lotta al vertice. All’ultimo cambio di regolamento, nel 2014, avevamo una sola squadra (Mercedes, ndr) che vinceva tutto, dunque va bene così». 
 
Ogni tanto si sente dire che Audi sia già stufa, che potrebbe non rimanere oltre il 2030. 
«Non è così, garantisco che ci saremo anche oltre». 


Fonte: http://www.corrieredellosport.it/rss/formula-1

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