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Antonelli come Valentino Rossi e Sinner, ma senza “nemici”


È bellissimo, Andrea Kimi Antonelli. Come ragazzo, quello che è e continua a essere, porgendosi sempre come tale pur comportandosi con la maturità di un adulto. È bellissimo come persona: educato, simpatico, gioviale, disponibile, spiritoso, autocritico, modesto pur compiendo – anzi avendo già compiuto, a vent’anni – imprese da fenomeno assoluto dello sport mondiale, robe per le quali oltre al talento servono la pellaccia, il coraggio, l’incoscienza, la cattiveria, il raziocinio, la resistenza psicofisica e la resilienza morale. È bellissimo come pilota, elegante nelle movenze che sa trasmettere alla macchina, duro ma mai scorretto, rispettoso degli avversari e delle regole, al punto da sembrare qualche volta perfino ingenuo (vedi il piedino alzato a Spa). È bellissimo come suo papà e sua mamma. È bellissimo come sportivo e come simbolo di sport, pur praticandone uno – la Formula 1 – che tanti ancora faticano a considerare tale.

L’impresa di Kimi

Somiglia stupefacentemente ad altri due fuoriclasse italici dei quali non a caso è grande amico, in attesa di incontrare il concittadino Tomba: 1) Valentino Rossi, del quale ha la spontaneità e la verve, oltre alla parlantina e – va da sé – alla classe nella guida, ma non quegli eccessi di esuberanza e certi atteggiamenti sopra le righe che ad alcuni rendevano Vale indigesto, mentre Kimi non sta sulle balle a nessuno, anche se ha la residenza a San Marino; 2) Jannik Sinner – semplice, garbato, gentile, leale e perbene come lui – che però ha quel non so che di algido, di perfezionismo intangibile, di rigore paragermanico a volte quasi ostentato, al punto da risultare stucchevole. Non a caso hanno pure degli haters, Rossi e Sinner. Antonelli no. Nemmeno i tifosi fanatici della Ferrari, quelli che se non vedono rosso vedono nero, riescono a detestarlo, pur essendo una delle cause della loro frustrazione. Ieri gli ululati e l’invasione di popolo a Monza hanno rievocato quelli per i trionfi del Cavallino, malgrado l’ansia per Leclerc e la malinconia per Hamilton. E se Schumacher era riuscito a far amare un tedesco agli italiani, Kimi sta facendo amare un italiano anche ai tedeschi, della cui formidabile Mercedes è alfiere. Ha vinto il GP d’Italia quattro volte: perché è partito ultimo, perché ha fatto un pit stop e Russell no ma l’ha ripreso lo stesso, perché ha rimediato alla sbandata con sgommata fuoripista, perché due anni fa al primo contatto con Monza in F1 finì nella ghiaia. «Oddio, non ci credo», le sue prime parole, tra bellissime, fanciullesche lacrime. E invece: volare, oh oh. Sarà perché ti amiamo.

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