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    Open Court: 20 anni fa Safin divenne n.1. La storia di Marat, bello e impossibile (di Marco Mazzoni)

    Marat Safin

    20 novembre 2000. Venti anni fa. Il mondo era un tantino diverso da quello attuale. Non avevamo ancora vissuto lo shock dell’“11 settembre”, gli smartphone ed i social network non avevano ancora invaso il nostro quotidiano, delle pandemie ne parlavano solo i libri di scuola, al passato. Il mondo della racchetta intravedeva in Roger Federer un talento immenso, ma lo svizzero era ancora un progetto di campione, mentre Rafa e Novak erano solo dei giovanissimi impegnati nei tornei under. Il 20 novembre 2000 è una piccola data storica nel mondo della racchetta: Marat Safin divenne n.1 della classifica mondiale. Restò per poco in vetta al ranking, giusto due settimane, per poi tornarci un paio di volte l’anno successivo, per un totale di nove. Il russo ha vinto “solo” due Slam, qualche Masters 1000, e una Davis. Un palmares importante, ma non così impressionante. Eppure pochi tennisti dell’epoca moderna hanno lasciato un segno così profondo, direi indelebile, appassionando milioni di fan in tutto il mondo, che lo ricordano con affetto e rimpiangono le fortissime emozioni vissute assistendo i suoi match.
    Approfittiamo di questa ricorrenza per un ricordo del grande talento russo, uno dei giocatori più affascinanti e controversi degli ultimi anni.

    Croce e delizia, spettacolo e disastri, rabbia e rimpianti. Bello e impossibile, per altri insopportabile. Sbruffone, “piacione”, pigro e arrogante. Delizioso e talentuoso, indolente e rissoso. Spettacolare. Molti, fin troppi, sono gli aggettivi con cui possiamo ricordare il gioco, il talento, la carriera e la personalità di Marat Safin. Quale Safin? La macchina da guerra che annichilì Sampras? Il furibondo spacca racchette? O peggio ancora “l’ex giocatore” che resta docile in un angolo accettando la sconfitta dal carneade di turno, anzi, regalandogli un pomeriggio di notorietà? Raccontare la storia di Marat è un’impresa mica facile. È necessario addentrarsi nella vita del tennista più intricato ed intrigante degli ultimi anni. La strada è perigliosa perché linearità e raziocinio non saranno mai presenti nel racconto di questo bizzarro personaggio. Non vincente quanto Roger, non consistente quando Nadal, ma che fascino…
    Marat Safin, classe 1980, vive nella natia Mosca i primi anni di vita già con la racchetta in mano. Figlio di Misha Safin, gestore di un piccolo tennis club con la moglie Rausa Islanova, severa maestra di tennis e primo coach di Marat e della sorellina Dinara, il piccolo Marat prende sul serio il tennis a sei anni, almeno la storia ufficiale questo racconta. Cresce più o meno serenamente a Mosca, ma ancora siamo alla prima Russia “libera”, manca di tutto. Il padre pare che a volte trovi con difficoltà delle palle da tennis accettabili per sostituire quelle usurate, per non parlare delle corde.
    Anni non facili economicamente, tirare avanti è faticoso, così che sfondare nel tennis non è solo un sogno, piuttosto una necessità. Il passo, quello grande, lo compie da teenager, quando decide tredicenne (d’accordo con la mamma, che a strappi ha guidato buona parte della sua carriera, spesso da lontano) di muoversi in Spagna per provare a diventare un campione, visto che il talento abbonda nel suo DNA. Non è un periodo facile, perché il passaggio dalla fredda e caotica Mosca del post-comunismo alla solare e colorata Valencia è uno shock. E plasma di brutto la sua personalità.
    Marat è uno con la testa dura, caparbio e poco incline a chinare il capo, in campo e fuori. Anche per pigrizia nell’imparare la lingua non riesce a farsi capire in Spagna, tanto da meditare un rientro a casa dopo pochi mesi. Sgomita tutto il tempo, e solo un coach navigato a paziente come Rafael Mensua, che in lui vede un talento fuori dal comune, lo imbriglia in routine di lavoro “relativamente stabili”. Il talento è unico. Questo ragazzone dai piedi pesanti colpisce la palla con la violenza di un pugile e la precisione di un killer, però c’è tanto, tanto da fare. L’umiltà in campo non sa nemmeno cosa sia, la disciplina nella vita e nel lavoro idem, ancor più con la dolce “movida” spagnola che lo circonda, una Sirena irresistibile per un ragazzo che ama “vivere” come lui. Grattacapi infiniti, notti insonni (Marat per la nostalgia di casa, ebbene sì, o perso nei locali; Mensua per il classico “ma chi me l’ha fatto fare?”), ma alla fine il botto c’è, e bello vigoroso.
    Da junior non è un blockbuster. Si fa conoscere al mondo all’edizione 1998 del Roland Garros, dove questo marcantonio con racchetta infila un filotto clamoroso: da n.116 ATP passa le dure qualificazioni parigine, beccandosi Agassi al primo turno, uno dei suoi idoli. Una grandinata di pallate investirà Andre, che scuotendo il capo pensa che la coppa dei Moschettieri non sarà mai sua (un anno Andre, e poi il tuo sogno sarà realtà). Non contenta, la malasorte (punti di vista) gli offre il campione in carica Guga Kuerten, che viene ugualmente maltrattato dal treno russo. La sua corsa si ferma agli ottavi, ma il nome di Marat Safin si impone come quello del talento più devastante visto su di un campo da tennis dai tempi della covata magica USA Agassi-Courier-Sampras. La crescita però non è impetuosa, si nota immediatamente che questo Marat è un cavallo di razza, ma è alquanto bizzarro. Atteggiamenti rudi, a volte brutali in campo, cali di tensione continui, giocate mozzafiato e pause inspiegabili.
    Un episodio che ci riguarda da vicino spiega tante cose. San Marino, l’avversario di un giovane Marat è Vincenzo Santopadre, bravissimo ragazzo e tennista dalla mano straordinaria, ma un po’ leggero come gioco e consistenza; come si spiega il quasi cappotto che il romano riesce ad infliggere a Marat, aggravato da uno warning dell’arbitro per scarso impegno? Inglorioso, tanto che se ricordate al russo questa giornata, il buon Marat si inalbera tutt’ora… Di episodi simili e pagine nere la sua carriera ne vivrà più d’una; ma anche tanti pomeriggi, e soprattutto serate nei palazzetti indoor dove Marat ha dato il suo meglio, partite in cui vederlo giocare è stata un’esperienza indimenticabile.

    Talento unico
    Pochissimi tennisti sono riusciti a produrre un tennis così potente ma allo stesso tempo di talento. Non solo mazzate brutali, ma colpi ricchi d’anima, di quella drammatica ed intrigante indole tutta russa che li fa esser uno dei popoli più affascinanti e allo stesso tempo incomprensibili. Chi intravide nella potenza di Marat un tennis disumano, capiva ben poco di questo sport. La finale degli Us Open 2000, proprio quella in cui Marat demolì Pete Sampras a casa sua, resta una delle più grandi dimostrazioni di tennis totale mai viste nell’era moderna. Mai in carriera Sampras ha subito in una finale un simile trattamento. Annientato.
    Quello resta uno dei due match capolavoro della carriera di Safin, insieme alla semifinale degli Australian Open 2005, quando sconfisse un Federer al top 9-7 al quinto set. Nella finale di New York 2000, Safin affrontò Sampras dominandolo in tutti i settori del gioco. Servì in sicurezza, dritti e rovesci precisi e potenti, e soprattutto schiantò Sampras al servizio grazie ad un’ora e mezza di risposte che nemmeno il miglior Agassi era mai stato capace in carriera di produrre contro Pete. Marat toccò dei picchi di gioco poche volte sfiorati nella storia recente del tennis.
    E come fai a spiegare al ragazzino che appena lo conosce, che questo immenso talento abbia vinto una miseria di grandi tornei? Non è facile. Forse impossibile. E se lo chiedi a Marat, la sua risposta sarà un sorriso complice, della serie “It’s my life, baby”. Genio e sregolatezza, questo abusato cliché calza a pennello al nostro eroe, il tennista che ha vinto di meno negli ultimi anni in rapporto all’immensa magia del suo braccio.
    L’ultimo Safin che ricordo al top fu quello di un gelido (per noi) venerdì di gennaio, anno 2005. Melbourne il luogo del delitto: Safin sfida il “cannibale” Federer nella semifinale degli Australian Open. Match clamoroso, tecnicamente il migliore che io ricordi da quel giorno, uno dei migliori di sempre. Marat doma quello che è considerato “il migliore” dell’era Open con un 9-7 al quinto, annullando un match point e giocando con classe e continuità tennis stellare per potenza, precisione, varietà di soluzioni. Dove Safin vinse il match? Difficile trovare una sola chiave nell’epica impresa; l’efficacia del servizio fu determinante, non tremò mai il suo braccio al momento di recapitare Ace o servizi vincenti. Nello scambio quello che “matò” Federer fu certamente il rovescio del russo. Sempre consistente nella diagonale, con una palla lunga e potente che non ha mai permesso a Roger di governare lo scambio con le sue magiche mezze volate in anticipo. Alla consistenza aggiunse in dose industriale il colpo del miglior Safin: il cambio improvviso col rovescio lungo linea. Grande appoggio coi piedi, Marat arrivava bene sulla palla, raccolto; apertura breve con la racchetta dietro e via, per un’accelerazione composta, quasi rannicchiato, con la racchetta che non si allontanava dal corpo nello swing, per un impatto imperioso per timing e potenza. Un lampo, un attimo, con la palla che scappava velocissima e retta, cambiando direttrice e filando lungo linea con un sibilo mortale per il rivale; anche un certo Roger Federer nel climax della sua efficacia. Gesto di una bellezza da Michelangelo del tennis, per quella forza carica di grazia sportiva. Difficile per un comune mortale infrangere le leggi della fisica, che ti fanno scappare larga la palla, ma non per Safin. Il controllo dimostrato da Marat in tale situazione è quasi misterioso, e quel venerdì sera di quindici anni fa pizzicò spesso il campo scoperto da Roger. E così molte altre volte, nelle serate giuste.
    Tuttavia non si può inquadrare Marat solo in questa esecuzione, perché il russo (quando decideva di giocare al suo meglio, s’intende) possedeva una tecnica praticamente perfetta in tutte le situazioni di gioco. Un dritto micidiale per potenza, soprattutto in cross; una sensibilità nei pressi della rete di prim’ordine, un servizio devastante; una risposta che nella finale degli Us Open 2000 fece apparire il servizio di Sampras (sì, proprio il colpo che ritengo più decisivo nella storia del tennis) quello di un carneade. Quando Marat girava a tutta, produceva un tennis da numero uno, e che numero uno. Peccato che ci abbia regalato solo alcune perle di quel valore assoluto, in mezzo a troppi pomeriggi grigi, nebbiosi o rabbiosi, passati alla storia per sceneggiate da attore di provincia. Furia autodistruttiva, una testa “ballerina”, troppo distratto da mille cose, donne e non. Nel tennis moderno (già quello di Marat), imbruttito da materiali così performanti da far prevalere la forza alla grazia, la potenza senz’arte alla tecnica, il livello medio è così agguerrito ed il lato fisico del gioco così importante che un braccio baciato dagli Dei non è più sufficiente, anche se ti chiami Marat Safin.

    Genio e sregolatezza
    Marat è entrato nella storia del nostro sport, ahimè, più come clamoroso tombeur de femme, come rockstar con racchetta, che per le coppe alzate al cielo. Non si contano le fiamme che l’hanno acceso, in tutti gli angoli del mondo. Iconico il vezzo machista sventolato ai quattro venti in una ormai “mitica” conferenza stampa di qualche anno fa: “Mai pagata una donna per venire nel mio letto, più facile che potesse accadere il contrario …o che abbia pagato per mandarla via”, un po’ rozza nella sostanza, ma in pieno Safin style, quindi genuina, perché lui è stato sempre vero, limpido. Eccessivo sì, bugiardo mai. Passò alla storia la battuta di David Nalbandian, che lagnandosi a Monte Carlo per esser stato messo in campo alle 10 di mattina, se ne uscì con un’acida battuta: “Non mi possono mettere in campo alla ora in cui Marat rincasa dalla discoteca….”. Per non parlare delle notti bollenti a Tashkent, dove con Kafelnikov non aveva altro che l’imbarazzo della scelta tra le starlette di casa… Vodka, ragazze, anche amicizie non proprio ortodosse, tanto che nella natia Mosca è stato coinvolto in qualche rissa, rimediando anche un occhio nero poco prima di un torneo. Gli aneddoti dei suoi anni migliori sono più delle sue vittorie, come l’indimenticabile “Family”, ossia le tre “biondone” che l’hanno accompagnato in tribuna durante la sua campagna all’Australian Open 2002, quando giocò un torneo perfetto sino alla finale contro Thomas Johansson, svedese nemmeno dei più forti, eroe per un giorno grazie a Marat. Il russo prese totalmente sottogamba quel match, trascinato in finale da un talento irreale ma poi finendo per giocare l’incontro decisivo in modo terribile, passando da sbruffone a gattino impaurito e masticando poi amarissimo all’ennesima, bruciante, sconfitta.
    Eppure il suo istinto un po’ rozzo nasconde un cuore da bravo ragazzo, non troverete mezzo collega tennista che vi parlerà male di lui. Perché Marat è genuino al 100%. Preferisce tirarti un pugno in faccia e poi invitarti a bere una vodka piuttosto che sparlare di te alle spalle. Contagiosa la sua simpatia, contagioso nel suo mostrarsi nudo e crudo, ammettendo anche i tanti sbagli di una vita vissuta sempre premendo sull’acceleratore e, soprattutto, non rimpiangendo mai nulla.
    Uno degli episodi più bizzarri fu quando partì per il Tibet, convinto di poter scalere una vetta da 8000 metri, senza un allenamento specifico. Arrivato a quota 5000 metri, dove inizia l’ultima fase di acclimatamento, fu preso da terribili mal di testa per l’altura. Macché pillole, pare che solo un buon whisky riuscisse a lenirgli i dolori, forse per abitudine. Fece i bagagli e tornò indietro sconfitto dalla montagna, ma dichiarò di aver conosciuto gente incredibile, e che una volta smesso di giocare avrebbe viaggiato un bel po’, conoscendo gente e paesi nuovi, come Sud Africa, Messico, Nuova Zelanda.

    Il declino, testa e infortuni
    Verità, esagerazioni. Vero che Safin ha buttato al vento buona parte della sua carriera per troppa “bella vita”. Ma c’è anche dell’altro. Marat è stato influenzato pesantemente da una sensibilità spiccata e da una personalità controversa, spesso celata da atteggiamenti da sbruffone nel classico “giocarsi contro”, creandosi alibi per la disfatta. Un po’ piagnone, incarnando quel non so che di uomini perdenti dall’indole tutta russa, uomini profondi e mai banali, arrovellati in pensieri autodistruttivi. Una sensibilità ed intelligenza mal sfogata in esplosioni che mascheravano un coprirsi a riccio, per difendersi dalle proprie mille insicurezze.
    Testa e non solo. Le tante sconfitte di Safin e i suoi lunghi periodi “off” sono quasi sempre stati archiviati con la sua indole non proprio professionale. In realtà, quel ragazzone russo ha anche sofferto di una miriade di infortuni, anche per colpa di corpo imponente e non sempre ben allenato a resistere alle terribili sollecitazioni del tennis moderno. Solo fino al 2003 non ha patito importanti infortuni. Da lì in poi, troppe volte il fisico gli ha presentato il conto, con infortuni più o meno seri ma che l’hanno molto limitato. L’inizio della sua fine è arrivato quando Marat ha perso fluidità. Negli ultimi anni divenne un tennista troppo rigido, tanto da passare dall’essere un formidabile costruttore di gioco con mano fatata a energumeno “tira-pallate”, senza quella capacità di accompagnare il colpo che invece ad inizio carriera era incredibile per coordinazione, tecnica e tempismo. Risultato? Una pallata tirata ad occhi chiusi ti può entrare, magnifica, di rabbia. Ma una sola, o poche, sporadiche. Al Safin d’annata uscivano fucilate d’autore; da metà 2005 divenne un tennista da grande impresa, senza continuità. Indoor, dove si esalta il tennis più tecnico, ha continuato a regalare perle d’autore. Serate bellissime.
    Oltre ai problemi fisici, mai è riuscito a tenersi un buon coach, per mantenere un indirizzo vincente e una routine “sportiva di alto livello”. Solo con Chesnokov al fianco s’è visto qualche miglioramento tattico, ma l’incantesimo è durato pochi mesi. Inoltre fu un errore lasciare il preparatore atletico Landers (poi morto prematuramente per un tumore al cervello), che guarda caso lo tirò a lucido nell’autunno 2004 portandolo al successo a Melbourne l’anno seguente. Poi è calato il sipario sulla sua preparazione fisica, con importanti problemi alla schiena ed un ginocchio. Non è un caso che proprio sull’erba Wimbledon 2008 (sì, quella che dichiarò “adatta alle vacche” facendo inorridire i sudditi di Sua Maestà…) sia venuto il suo ultimo exploit (semifinale): la superficie più soffice lo facilitava negli appoggi, da sempre fondamentali affinché potesse scaricare a terra l’enorme potenza del suo fisico.
    Vedi il palmares di Safin e leggi solo 2 titoli dello Slam e la Coppa Davis, oltre a molte finali perse e varie occasioni mancate. Marat ha gestito male il periodo di interregno tra Sampras e Federer, proprio quando fece una breve apparizione sul trono ATP, secondo russo nella storia dopo Kafelnikov. Quello fu il momento di Hewitt, incredibile agonista ma con mezzi nemmeno paragonabili a quelli del Safin ventenne, ancora sano sul lato fisico. Se Marat deve recriminare qualcosa nella sua carriera, è non aver approfittato di quel momento storico, in cui poteva infilarsi e sfruttare al meglio il suo talento. È un delitto che Marat non sia stato il terzo incomodo dalla nascita della rivalità Roger-Rafa a metà anni 2000. Aveva tutto quel che serve per ricoprire, alla grande, quel ruolo.
    Safin ci ha regalato sprazzi di grande tennis ed intense emozioni, nel bene e nel male. Di sicuro da quando ha appeso la racchetta al chiodo il tour ha perso uno dei talenti e personaggi più intriganti degli ultimi anni.
    Marco Mazzoni LEGGI TUTTO

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    Nur Sultan, la “vecchia” Astana in un Kazakistan a tutto tennis (di Marco Mazzoni)

    Veduta di Nur Sultan, la “vecchia” Astana

    Il nuovo calendario ATP post-Covid ci ha regalato qualche bella sorpresa. Il torneo 250 in Sardegna è stato un bellissimo regalo per il nostro movimento, mai così forte e in ascesa. Sulla terra del Forte Village abbiamo vissuto una settimana assai intensa, grazie alle belle prestazioni di Musetti e soprattutto Cecchinato, ad un passo dalla vittoria finale.
    Scrutando il nuovo calendario, oltre alla conferma di molti indoor europei, è spuntato il 250 di Nur Sultan. Ok, bene per un nuovo torneo, ma in molti hanno pensato “dove diavolo si trova???”. Nur Sultan non è altro che il nuovo nome di Astana, avveniristica capitale del Kazakistan. Il cambio di nome è avvenuto lo scorso 23 marzo 2019, attraverso un decreto presidenziale in onore di Nursultan Ábishuly Nazarbaev, politico kazako che ha ricoperto il ruolo di leader e governante della nazione dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1990 fino al 2019. Il classico “uomo forte”, per molti una sorta di dittatore legalizzato da elezioni discutibili, come dimostra il fatto che dal 1991 è anche Presidente del Consiglio di Sicurezza del Kazakistan, un ruolo che manterrà a vita dopo aver lasciato la Presidenza a Qasym-Jomart Toqaev. Di fatto Nursultan resta il vero manovratore della politica nel paese, anche se da dietro le quinte.
    Il tennis nel grande paese asiatico si è sviluppato in modo impressionante, andando persino più veloce dello sviluppo economico e sociale della nazione. Attualmente nella classifica ATP troviamo due tennisti con passaporto kazako nella top100: Alexander Bublik (n.49, 23enne di discreto talento) e Mikhail Kukushkin (n.91, altra racchetta che può regalare spettacolo). Di passaporto, sì, perché in realtà entrambi sono russi trapiantati in Kazakistan con un cambio di nazionalità repentino. Tre invece le ragazze tre le top100 WTA: Elena Rybakina (21enne di ottimo livello, oggi al n.19), Yulia Putintseva (feroce lottatrice 25enne, attualmente al n.28) e Zarina Diyas, 27enne n.79 con un passato a ridosso delle top30. Zarina è la unica “vera” kazaka, nata ad Almaty e cresciuta in giro per il mondo e ad Astana, dove fu costruito un centro tecnico di allenamento straordinario qualche anno fa; Elena e Yulia sono invece moscovite, anche loro trapiantate in Kazakistan grazie a “buone opportunità” di crescita.
    Per scoprire qualcosa in più sul Kazakistan e sulla crescita vertiginosa del tennis nel paese dopo la sua indipendenza, riproponiamo parte di un articolo scritto nel settembre 2014, quando fu sorteggiato il tabellone 2015 di Coppa Davis. All’Italia toccò la trasferta ad Astana, una spedizione non fortunata visto che il nostro tram purtroppo perse la sfida 3-2.
    Da allora di cose ne sono cambiate, alcuni giocatori citati hanno smesso, altri giovani si stanno affacciando dalle retrovie, primi prodotti del nuovo settore tecnico; ma resta il racconto di come furono poste le basi del tennis kazako: fortissimi investimenti in strutture e allenatori, inclusa una sorta di “campagna acquisti” tra i giocatori ex-sovietici, ben felici di accettare un cambio di passaporto verso un paese emergente e ricchissimo. Ecco qua l’estratto.

    (settembre 2014)
    La trasferta in Kazakistan oltre all’aspetto sportivo è molto intrigante per il fattore ambientale. Sarà l’occasione per aprire una piccola finestra su di un mondo poco conosciuto, quello del paese asiatico e di Astana, un luogo che sfido chiunque a trovare sulla cartina geografica senza indugio, come faremmo per Londra, New York o Rio de Janeiro. Del resto di turismo italico o internazionale da quelle parti ce n’è ancora poco, riservato a veri avventurieri (magari tostissimi bikers alla ricerca delle “rotte della Seta” di Marco Polo) o lungimiranti imprenditori, anche se il paese sta cercando di aprirsi al mondo visto il suo enorme tasso di sviluppo economico ed i grandi investimenti in infrastrutture e visibilità.
    Chi ha avuto il coraggio di avventurarsi fin là è tornato con un carico di esperienze notevoli. La natura è estrema: si passa da una sterminata steppa arida a zone verdi e rigogliose, con splendide tracce della sua storia millenaria e delle tante influenze che hanno plasmato il paese – in primis quella islamica. La popolazione è varia come etnie, fiera delle proprie tradizioni e molto ospitale, pronta a vivere un futuro tecnologico in mezzo a sapori forti e tradizioni antichissime lasciate da arabi, ottomani, russi, mongoli e tanti altri ancora. Chi pensa ad Astana (la nuova capitale) e al paese come una landa desolata abitata da poveri allevatori ha un’immagine molto lontana dalla realtà attuale. Quella è una cartolina antica, delle immense lande semi desertiche che riempiono gli spazi sterminati (è la nona nazione più estesa al mondo, la più grande senza uno sbocco sul mare!) o del periodo post sovietico, che ha ingrigito tutto. Oggi il Kazakistan sta cambiando faccia velocemente, sfruttando gli enormi introiti delle sue immense ricchezze minerarie. Astana è un cantiere a cielo aperto, in cui svettano edifici avveniristici con uffici delle più importanti compagnie nazionali ed internazionali, inclusi shop all’ultima moda e ristoranti che si sono accaparrati (con lauti ingaggi) i migliori chef internazionali, per servire una cucina gourmet fusion soprattutto a ricchi uomini d’affari che spesso viaggiano da queste parti. Pure la night life pare sia molto vivace, animata da showgirls che niente hanno da invidiare a quelle delle principali mete turistiche mondiali. Si lavora a 360°, come ad esempio per trasformare il paese nel principale polo sciistico asiatico. I soldi per gli investimenti non mancano. Infatti in termini di risorse naturali il Kazakistan è il paese con la maggiore ricchezza pro capite al mondo, anche se come tutti i paesi in via sviluppo la distribuzione della ricchezza è totalmente diseguale, come la corruzione dilagante e un regionalismo profondamente radicato e che ostacola l’integrazione. Eppure la “vecchia” Europa ha capito immediatamente il ruolo strategico del paese per le sue ricchezze energetiche, tanto che i leader occidentali più volte hanno incontrato il discusso Presidente kazako Nazarbayev per implementare ed arricchire collaborazioni e investimenti. Il Kazakistan non nasconde l’ambizione di diventare paese leader nell’area, forte delle sue ricchezze e spregiudicato negli investimenti. Anche nello sport. Il nome Astana è notissimo agli appassionati del ciclismo grazie al Pro Team, squadra di cui ha fatto parte Alberto Contador, Aleksandr Vinokurov e il nostro Vincenzo Nibali, vincitore della Vuelta di Spagna 2010, del giro d’Italia 2013 e Tour de France quest’anno (2014).

    Il tennis è la punta di diamante dello sviluppo sportivo e dell’immagine internazionale del Kazakistan. Fino a pochi anni fa il nostro sport nel paese era praticamente sconosciuto. Di campi ce n’erano pochissimi, in terra ma… non la terra battuta a noi amica, bensì una strana sabbia biancastra che i venti spazzavano via inesorabilmente. Racchette e palle erano scarti dalla Russia o fondi di magazzino presi chissà dove. Il settore tecnico era inesistente, come la cultura del gioco e il livello internazionale. Fino all’esplosione massiccia grazie all’intervento di Bulat Utemuratov, un miliardario uomo d’affari kazako e consigliere del presidente Nursultan Nazarbayev. Utemuratov, ottavo nella lista degli uomini più ricchi del mondo nel 2009 per Forbes, è letteralmente malato di tennis, un po’ come lo fu Boris Yeltsin, decisivo all’enorme sviluppo del tennis in Russia nei ’90s. Utemuratov fu nominato a capo del tennis kazako, e liquidò le sue azioni dell’Atf, quinta banca del Paese, investendo pesantemente nel “progetto Davis”: entrare prima possibile nel World Group e quindi cercare di vincere la coppa, massimo in 10 anni. Come fare, partendo da zero? Semplice: si compra. Tutto. Tecnici, materiali, campi, persino giocatori perché di aspettare non aveva proprio voglia, come tutti i neo-ricchi russi, profeti del tutto e subito, del “tutto ha un costo, e noi paghiamo…”. Fu attuata una politica spregiudicata di nazionalizzazione di giocatori russi (e qualche ucraino) “disponibili”, grazie anche ad ottimi rapporti con la ferdetennis russa, che lussureggiando con tanti giocatori acconsentì volentieri a mollarne qualcuno – politica poco ben poco lungimirante…
    Il business plan fu ben congegnato. Primo passo: le strutture. Campi costruiti a iosa, ovunque, anche in zone remote che necessitavano con urgenza di strade o acquedotti. Oltre alla diffusione capillare per creare un paese “tennis oriented”, si sono costruiti alcuni centri tecnici e strutture d’eccellenza, per far fronte al clima estremo (freddissimo d’inverno e caldissimo d’estate) del paese, come l’incredibile Astana’s Daulet Tennis Complex. Costruite anche foresterie e alloggi, il paese è enorme e gli spostamenti non sono facili. Quindi si passò ai tecnici: furono ingaggiati moltissimi allenatori per costruire una base nel paese, inclusi alcuni tecnici di altissimo livello per i “neo Kazaki” in arrivo, per far credere loro nel progetto, che questo non era una capriccio di un annoiato uomo d’affari ma la volontà di creare un sistema tennis, di massimo livello e vincente. Tra i tecnici, uno dei più noti è stato Eric Van Harpen, ex coach di Arantxa Sanchez, Conchita Martinez ed Anna Kournikova, impegnato molte settimane all’anno con la federtennis kazaka. Un paio d’anni fa disse: “Senza Bulat, il Kazakistan non sarebbe sulla mappa del tennis! Vero che sono state investite somme enormi, impossibili per la maggior parte dei paesi, ma il progetto è serio, la passione enorme e c’è tanta voglia di fare bene”. Però quando si cerca di indagare di più sulla “campagna acquisti” giocatori, ossia coloro che hanno cambiato passaporto, tutti tendono a glissare. La faccenda non è chiarissima, anche se per uno nato in un paese ex URSS il cambio di nazionalità anche a livello legale è piuttosto semplice. Le voci in merito non sono tutte concordanti. Alcuni in Russia non l’hanno presa così bene, altri invece hanno quasi incoraggiato il sistema kazako, come il capitano di Davis russo Shamil Tarpischev che nel 2010 dichiarò alla tv: “Il sistema ha aiutato molti tennisti nati in Russia a crescere, grazie agli ingaggi da parte della federazione kazaka. Tutto il movimento ne beneficerà”. Sulla stessa lunghezza d’onda la campionessa di Roland Garros Anastasia Myskina: “Il denaro è un fattore decisivo nel tennis, inutile prendersi in giro. Un giocatore per crescere e poi mantenersi deve girare, avere un coach, un fisioterapista, uno staff, delle strutture in cui allenarsi. In Russia in questo momento la situazione è bloccata, molti tecnici sono andati via e non c’è più il fermento di qualche anno fa. Il Kazakistan è un paese amico, vicino, che ha investito tanto ed è giusto che abbia buoni giocatori, anche se nati in Russia”. Non solo uomini. Tante sono le ragazze russe diventate kazake, come Yaroslava Shvedova (passata all’onore della cronaca anche per il suo clamoroso “Golden set” rifilato alla nostra Errani a Wimbledon…) o la giovane promettente Yulia Putintseva. Proprio la moscovita Shvedova ha dichiarato tempo fa: “Non ero una top player per la federtennis russa, così mi ha dato via libera. Adesso non ho più pensieri sul lato economico e per le strutture dove allenarmi, e così sono totalmente libera e concentrata sul mio gioco”. Zero pensieri economici… ma quanto guadagnano questi nuovi kazaki per aver accettato il “disturbo” del cambio di nazionalità? Nessuno ha confermato, ma si parla di 1 milione di dollari all’anno, ottenendo una base di risultati minimi. I vari kazaki sono totalmente abbottonati sul tema, come Evgeney Korolev che intervistato qualche anno fa sul tema rispose seccamente “1 milione? Non lo posso dire… ma posso affermare che sono russo e sarò sempre russo. Questo è un business. Ho ricevuto un’ottima proposta dalla federazione kazaka e sono felice di rappresentarli. Stanno costruendo città, non solo campi da tennis, è gente ricca e ambiziosa, e si prendono cura di noi tennisti, si informano di cosa abbiamo bisogno e provvedono, tutte cose che in Russia non erano più possibili…”. Rincara la dosa la Karatantcheva, che nel 2012 disse: “Il centro di Astana sembra il paradiso. Van Harpen ha pazienza e conosce il gioco, qua sì che un tennista può crescere bene”. Però i metodi adottati dal sistema junior sono selettivi: “Ti danno tutto, supporto tecnico, strutture, ma devi migliorare e dare il massimo. Se in un anno o poco più non cresciti, sei out” dicono i tecnici, oggi presenti in tutte le aree del paese grazie a centri periferici che sono stati costruiti ovunque. Nota la storia di Golubev, che è cresciuto a Bra fin da giovane con l’ottimo coach Puci. Proprio il “kazako piemontese” è molto positivo sulla crescita del tennis nel suo nuovo paese: “Il processo di crescita del tennis in Kazakistan è cosa recente, ma ci sono tutte le condizioni perché abbia successo, ed in tempi piuttosto veloci. I migliori giovani sono spesso a contatto con noi, vedono come lavoriamo e quel che serve per emergere, e di sicuro faranno tesoro di tutte le risorse messe loro a disposizione per crescere. Il mio consiglio a loro è quello porsi alti obiettivi e non lasciare niente di intentato per raggiungerli”.
    L’enorme fermento tecnico pare stia riscuotendo successo nel paese. Da sport praticamente sconosciuto, oggi tutti seguono il tennis in tv, come dimostra il fatto che il Kazakistan sia il paese che negli ultimi anni ha avuto il maggior tasso di sviluppo al mondo nella diffusione di satelliti e tv via cavo, proprio per seguire i loro beniamini armati di racchetta. Del resto un cittadino medio negli ultimi 20 anni ha visto aumentare il proprio reddito pro capite del 1200%, incluse la possibilità di viaggiare al di fuori del paese per scoprire il mondo, anche grazie alla passione per il tennis. Non è un caso che le agenzie di viaggi offrono pacchetti per Londra, Parigi, New York ecc. proprio in occasione dei più grandi tornei, e sono i più richiesti in assoluto”.Marco Mazzoni LEGGI TUTTO

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    Querrey, toccata e fuga a San Pietroburgo. Positivo al Covid-19, scappa con volo privato

    Sam Querrey

    “The ATP is aware of an incident regarding a player’s serious breach of protocol relating to COVID-19 at this week’s St. Petersburg Open”… 
    Questo tweet, uscito nella serata di ieri, scuote all’improvviso l’ambiente del tennis. L’ATP rende noto che c’è stata una severa violazione delle normative anti-covid, sottoscritte da tutti gli atleti coinvolti nel tour. Una “mezza” notizia, perché non c’è il nome di colui (o coloro) che hanno violato le norme; è una sorta di ammonimento a tutto il circus, sulle possibili conseguenze negative non solo per chi si rende colpevole della violazione, ma potenzialmente per tutto il torneo in questione o addirittura il resto della stagione. Inizia la caccia alla vera storia. Il più veloce è il giornalista del NY Times Ben Rothenberg, notoriamente ben informato, che pubblica ancora un Twitter una “linea” in cui racconta la sua versione dei fatti. A questo ci atteniamo, non avendo altre fonti particolari.
    La storia è quasi da film di spionaggio, o avventura, anche se un tantino grottesca… Ve la riportiamo come è stata diffusa, aspettando conferme ufficiali dall’ATP, dal torneo di San Pietroburgo o dal diretto interessato, Sam Querrey.
    Sam Querrey si trova a San Pietroburgo, dove figura nel tabellone principale dell’ATP 500, sorteggiato contro Denis Shapovalov. Un match molto intrigante che però non andrà mai in scena, poiché Querrey nei controlli obbligatori pre-torneo viene a sapere di essere risultato positivo al Covid-19, insieme alla moglie Abby e il loro primogenito Ford, di soli otto mesi. Scatta il protocollo anti-covid: la famiglia Querrey viene immediatamente informata dell’obbligo di permanenza in città e di quarantena per 14 giorni in hotel. Non proprio una brutta sistemazione, per loro fortuna: un super hotel a cinque stelle, uno dei più prestigiosi della storica città russa, dove potersi riposare e riprendere dal contagio. Querrey è ovviamente escluso dal torneo, e costretto ad accettare la situazione. Restano in hotel, fino ad una telefonata che sconvolgere i loro piani, e manda in crisi tutto l’apparato del torneo e della sicurezza.

    Le autorità sanitarie russe si mettono in contatto con l’americano, informandolo che a breve riceverà una visita da parte di un gruppo di medici che vogliono conoscere il suo contagio e quello dei suoi familiari, per valutare i sintomi e ed il rischio della situazione. In caso di sintomi (non sappiamo se i tre fossero totalmente asintomatici o meno), scatterebbe un immediato ricovero dell’intera famiglia in una struttura sanitaria della città. Apriti cielo… La prospettiva di essere ospedalizzati in una struttura in Russia manda nel panico la famiglia Querrey, che ora si vede non più in una prigiona dorata (l’hotel deluxe) ma a rischio di un ricovero in un paese “particolare”, e addirittura con lo spettro di essere separati dal proprio piccolo figlio. I Querrey studiano a tempo di record un piano di fuga, anche è contro la legge e gli accordi sottoscritti da Sam.
    La fuga è rapidissima, grazie ad uno degli sponsor dell’americano, una compagnia di jet privati (molto famosa negli USA e non solo), che già campeggiava sulla manica della t-shirt da gara di Sam (per esempio nella Wimbledon 2017, il suo miglior risultato in carriera). Lo sponsor a tempo di record organizza un volo privato e segretissimo, con la famiglia Querrey che lascia l’hotel – rompendo il protocollo di sicurezza – e quindi San Pietroburgo, senza consultare nessuno e senza avvertire le autorità. L’aereo vola via, fuori dal paese, per scappare dai controlli delle autorità sanitarie russe. Rothenberg afferma che la famiglia Querrey ha viaggiato nella parte posteriore del jet, il più lontano possibile dai piloti, ma niente è trapelato sulla rotta e sulla destinazione, solo che i tre si trovano “al sicuro” in una sistemazione privata, fissata sul noto portale di affitti AirBNB, fuori dalla Russia. In mancanza di informazioni, la logica fa pensare ad un paese europeo vicino, in cui non sia obbligatorio presentare un test negativo al Covid-19 all’atterraggio, forse uno di quelli che si affaccia sul Mar Baltico.
    L’ATP è venuta a sapere della faccenda, e come riportato all’inizio, non ha tardato a reagire, sottolineando che gli ultimi movimenti del tennista (Sam Querrey) rappresentano un reato grave: “we are taking this matter extremely seriously and an investigation is underway”, scrivono nella nota diffusa. La preoccupazione per il caso ha portato l’ATP a inviare una lettera a tutti i giocatori, ammoniti dal non compiere azioni del genere, poiché un comportamento così irresponsabile può mettere seriamente in pericolo il funzionamento dell’intero tour Pro, in un momento così delicato a livello internazionale. Se qualcosa del genere dovesse ripetersi, ci potrebbero essere gravi ripercussioni per il resto del 2020 o anche 2021.
    A questo punto non resta che aspettare la versione ufficiale dei fatti, una nota più completa da parte dell’ATP, del torneo russo, o meglio le parole di Sam Querrey, che potrà difendersi e dire la propria versione dei fatti. Comprensibile la paura dell’americano, ancor più per essere all’estero con un figlio così piccolo… ma purtroppo la situazione mondiale è così precaria che attenersi alle regole è ancor più importante per non aggravare la situazione e sopravvivenza del tour, messo a dir poco sotto stress dalla pandemia. Gli equilibri sono talmente fragili che le regole devono essere rispettate. Semmai, la sensazione è che forse servirebbe un’azione comune a livello globale, con regole certe e identiche. Già tra US Open e Parigi molti tennisti hanno raccontato di protocolli e misure molto diverse, che finiscono per mandare in confusione gli atleti e i loro staff.
    La storia di Querrey, prendendo per buona la versione del giornalista americano, è davvero curiosa, da film. Speriamo che tutto possa risolversi per il meglio, e che questa vicenda possa diventare un caso tipo per migliorare i protocolli di sicurezza per tutti.
    Marco Mazzoni LEGGI TUTTO

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    Martina Trevisan, storia di un talento a cui la vita era scivolata via (di Marco Mazzoni)

    Martina Trevisan, quarti di finale a Roland Garros 2020

    “C’era una volta…”, la classica frase di rito con cui iniziano le favole. Già, le favole… Sarà una definizione inflazionata, ma come altro si può definire quel che sta vivendo Martina Trevisan a Roland Garros? È una vera favola, quella di una ragazza di talento che si era persa per strada e si è ritrovata, una che è stata capace di rimettere insieme i pezzi della sua vita e tornare in gioco, riprendendosi con gli interessi le soddisfazioni di una carriera promettente appena sfiorata da junior. Quella di Martina è soprattutto una pagina umana importantissima per una ragazza ricchissima di vita a cui la vita era scivolata via, persa in un’adolescenza difficile che aveva trasformato un’atleta piena di talento in giovane una donna in lotta con se stessa.
    Sembra passato tanto tempo, visto che il prossimo 3 novembre compirà 27 anni. Ma lei, facendo uno sforzo enorme sul piano intimo, ne ha parlato diffusamente qualche tempo fa sul progetto editoriale “The Owl post”, con una lunga confessione intitolata “Metamorfosi”, dove tra crisalidi e farfalle si racconta, si mette a nudo con coraggio, mostrando i suoi incubi, la sua fragilità, ma anche la forza che le ha permesso di ritrovarsi e di tornare prima a giocare, quindi a vincere. In questo straordinario Roland Garros, Trevisan si appresta a giocare un quarto finale, impresa clamorosa per una che non aveva ancora vinto un solo match nel main draw di uno Slam.
    Eppure quando era teenager, gli Slam non solo li sognava, ma li stava preparando con una carriera giovanile estremamente promettente. Quel “dirittaccio” (per dirlo bonariamente alla toscana, lei capirà!) mancino, così veloce e imprevedibile, quegli angoli tanto stretti quanto vincenti, erano un incubo per rivali assai più potenti e sulla carta quotate.
    Chi meglio di lei può raccontare la propria storia. Ecco qua alcuni estratti delle parole di Martina, ripresi dalla sua lettera-confessione: “Con ogni probabilità sono entrata al circolo prima ancora di esserne cosciente, nel pancione di mamma, che lì faceva la maestra. La mia scalata però è stata rapida perché a 4 anni ero già la padrona indiscussa di tutto il Circolo Tennis Perignano. Gonnellina nera, canotta bianca, scarpe all’ultimo grido, giravo per i campi trascinandomi appresso una racchetta dalle corde multicolor che, pur essendo per bambini, era alta almeno quanto me. (…) Con il mio maestro, Matteo, avevamo fatto passi da gigante. Poco prima di compiere 15 anni calcavo già i campi più prestigiosi ed ero ben piazzata nel ranking ITF, che è l’anticamera del WTA, il palcoscenico dei grandi. Giocare a tennis mi divertiva. Fino a quando non mi sono divertita più”.
    Ecco che arriva il passaggio più duro, duro come un macigno. Martina cresce, e qualcosa dentro di lei si rompe, insieme alla sua famiglia. Spezza la sua ascesa sportiva, la sua voglia di vivere, la sua serenità. Tutto va in subbuglio. Anni difficilissimi…

    “Ero giovane e talentuosa. Che non sono ne meriti ne colpe. Ma ho iniziato a sentire, forte, la fretta attorno a me di coglierne tutti i frutti prima ancora che l’albero avesse il tempo di radicarsi per bene nel terreno. Prima che le mie radici e il mio tronco fossero forti abbastanza da resistere alle intemperie, che, crescendo, prima o poi, arrivano. (…) Dentro le mura di casa non si respirava un’aria serena ed io passavo molto tempo ad allenarmi. Anche quando avrei sicuramente avuto bisogno di fare altro. (…) Ero una quindicenne che voleva vivere come una quindicenne, recuperando, magari con gli interessi, tutto ciò che sentivo di aver perduto negli anni precedenti. Senza tante regole. Senza preoccuparmi di far tardi perché il giorno dopo avevo una partita. Senza il bisogno di nascondere i miei muscoli allenati dentro a maglie di taglie comode. Stavo cambiando e il mio fisico cambiava con me. Mi sentivo libera, e credevo di aver finalmente riacquistato il controllo della mia vita. Ora, con il senno di poi, che è anche un po’ quello del mai, so che quella che chiamavo libertà era una semplice fuga. Ma mentre hai il vento in faccia è difficile capire chi è che corre e chi è che scappa”.
    Tutto le scappa di mano, si ritrova da ragazzina focalizzata solo nel tennis, ad una vita lacerata sul piano personale e familiare, sino al dramma della anoressia: “I nuovi equilibri su cui poggiava la mia famiglia mi avevano destabilizzata. A papà era stata diagnosticata una malattia degenerativa e questo lo ha reso sempre meno presente nella mia crescita. Non è stato facile vedere mamma ricostruire la sua quotidianità con una nuova persona accanto, che aveva sempre fatto parte della mia vita, ma sotto un’altra luce. Ero arrabbiata con lei e non conoscevo altra arma per ferirla che non il suo amore per me. Combattevo contro tutto ciò che rappresentava il mio passato da atleta, sul quale tutti avevano riposto grandi speranze ed ambizioni, dimentichi della persona che dietro quell’atleta soffriva. Detestavo il mio corpo muscoloso e mi imponevo diete al limite della sopravvivenza pur di perdere peso. 30 grammi di cereali e un frutto la sera. Era quanto mi bastava per stare in piedi, e per far preoccupare mia madre, che correva a cogliere le pesche dagli alberi pur di vedermi mangiare qualcosa. Nella mia testa, come in un paradosso, avevo l’impressione che solo sparendo le persone sarebbero riuscite a vedermi davvero, ad interessarsi. Ad occuparsi di me. Per fortuna, giunta al punto di non ritorno, ho capito che non sarei potuta andare avanti così.
    Avevo perso ogni interesse, mi ero chiusa nel mio bozzolo; in uno stato di apatia in cui neppure mi riconoscevo più. Non ero nemmeno più la brutta copia di chi sono per davvero, e così ho chiesto aiuto. Dall’anoressia si può guarire”.
    Questa la frase più bella. Dalla anoressia si può guarire. Con fatica, sacrifici, un complesso e durissimo lavoro su se stessi. Ma si può guarire, e ritrovare quella via, quella voglia di vivere e di riprendersi tutto che ti conferisce una forza enorme, perché torni più forte di prima.
    La rinascita è la pagina più bella della giovane vita di Martina, come descrive nel suo racconto: “Sono stata rieducata a mangiare, a fare pace con le mie ferite. Ad apprezzare il mio nuovo corpo, a perdonare chi aveva sbagliato e a ritrovare il mio tempo per fare le cose. Quasi senza accorgermene mi sono ritrovata di nuovo con una racchetta mano. Prima per insegnare, così da avere una piccola indipendenza economica e condividere con altre persone la passione per il tennis. E poi, inevitabilmente, per gareggiare di nuovo. Quasi, e dico quasi, come se avessi voluto riprendere da dove avevo lasciato. (…) Quest’anno ho conquistato per la prima volta l’accesso al tabellone principale di un torneo del Grande Slam, in Australia. Ho lavorato molto e continuo a farlo per far sì che questo diventi il mio nuovo standard, il mio nuovo habitat”.
    L’accesso al main draw in Australia le sembrava un passo da gigante, una meta incredibile finalmente raggiunta. Ma se ci pensiamo bene, perché una ragazza con così tanto talento e con la forza di superare ostacoli così grandi, oggi dovrebbe porsi limiti? In campo sta dimostrando di potersela giocare con tutte, e in questa fase storica il tennis rosa di vertice è a dir poco “instabile”, grandi picchi di qualità e pause enormi, da parte di tutte le migliori. E sportivamente i suoi 27 anni sono solo una ventina… Interessanti le parole del suo coach Catarsi: ha rivelato che Martina si sente quotidianamente col bravissimo mental trainer Lorenzo Beltrame (che collabora con lo staff di Tirrenia), che la spinge ogni giorno durante il torneo a scrivere le proprie sensazioni; una sorta di diario che la libera di tensione e le conferisce consapevolezza, quella di chi si trova ancora in gara nel torneo perché se l’è meritato sul campo.
    Martina Trevisan sfida nei quarti Iga Swiatek, talentuosa polacca classe 2001. Sulla carta parte sfavorita, ma sarà una partita tutta da vedere, perché il talento ma soprattutto il carattere della toscana può permetterle di sognare, come quel “drittaccio” e quella “garra” che ci sta incantando match dopo match. Martina non deve smettere di sognare, e allo stesso tempo di sorridere, perché proprio il suo sorriso travolgente ha conquistato il mondo della racchetta. Siamo sicuri che Martina non tremerà all’ingresso sul Chatrier. Guarderà quella terra “amica” e sarà capace di sprintare e colpire, scatenando il meglio del suo talento, senza paura. Quando hai ripreso la tua vita per i capelli, non hai più paura di niente… La sua storia è la più bella del torneo, direi dell’anno 2020. In un’annata terribile in cui si parla quasi solo di Morte, il suo è un esempio di tanta tantissima Vita.
    Marco Mazzoni LEGGI TUTTO

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    Addio a Gerry Weber, “papà” del torneo di Halle (di Marco Mazzoni)

    Gerhard Weber, fondatore del brand della moda tedesco Gerry Weber, è morto all’età di 79 anni. Questo nome forse non dirà moltissimo all’appassionato di tennis, ma in realtà l’imprenditore tedesco è stato un investitore molto importante nel nostro sport, lasciando un segno indelebile in Germania e non solo.  Da sempre appassionato di tennis, Gerhard Weber […] LEGGI TUTTO

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    Medvedev racconta le difficoltà nel diventare Pro su “Behind the Racquet”

    Con il tennis Pro fermo, il russo Daniil Medvedev approfitta per raccontare alcuni passaggi della sua storia sulla bella pagina Instagram “Behind the Racquet”. Il progetto, ideato dal tennista USA Noah Rubin, ha raccolto molti consensi, con tanti tennisti e tenniste che hanno pubblicato una foto del proprio volto “dietro la racchetta” parlando nel post delle […] LEGGI TUTTO