More stories

  • in

    Marco Pantani, la ricostruzione delle inchieste sulla morte il 14 febbraio 2004

    La tragica fine di Marco Pantani coincide con l’inizio di un iter giudiziario intensissimo ed ancora in corso. Sono tre le inchieste che riguardano la sua morte, l’ultima iniziata lo scorso anno ed ancora in corso. Alle quali si somma quella della Procura di Forlì per i fatti di Madonna di Campiglio del giugno 1999. Una salita impervia quella affrontata da mamma Tonina, che non si è mai arresa davanti all’archiviazione delle prime due inchieste riminesi, con la Procura romagnola sempre convinta che non si trattò di omicidio quella notte di San Valentino del 2004 nella stanza D5 del residence Le Rose, sito nel controviale del lungomare riminese, ma di morte causata da abuso di un mix di farmaci e cocaina. Quella che Pantani aveva acquistato dagli spacciatori Veneruso e Miradossa, che abitavano in un appartamento situato dall’altro lato della strada rispetto al residence, proprio prima del decesso. La prima indagine, quella successiva alla morte e al suo clamore mediatico, fu gestita dal pm riminese Paolo Gengarelli. Che a distanza di anni sottolinea come le indagini si basino esclusivamente su fatti concreti e prove evidenti, sempre mancanti anche nelle inchieste successive, confermando però anche la legittimità dei dubbi sulla morte del Pirata. Perché il ritrovamento del corpo e della stanza non possono non farne sorgere. Alcune tumefazioni sul volto e sulle braccia di Marco, il totale disordine trovato in stanza, col lavandino del bagno staccato dal muro, lo specchio del bagno appoggiato per terra, l’armadio del salotto piazzato davanti alla porta d’ingresso, chiusa dall’interno, cocaina per terra e inserita in un bolo di mollica ritrovato di fianco al cadavere. E ancora: le chiamate di Pantani in reception “denunciando” rumori e gente che gli stava dando fastidio, anche se quando poi gli inservienti dell’hotel si presentarono a bussare Marco li mandò via senza permettergli di entrare. I rumori sentiti dai vicini della D5, e coi quali Marco aveva in precedenza avuto un breve e pacifico colloquio. Le telecamere di sorveglianze non funzionanti davanti all’ingresso del retro dell’albergo, al quale si poteva accedere anche dal piano garage senza quindi dover passare davanti alla reception. I due giubbotti invernali che Pantani si portò a Rimini da Milano, da dove era partito nei giorni precedenti al decesso dopo l’allontanamento dall’appartamento della sua manager, Manuela Ronchi, dalla quale aveva pernottato per qualche giorno nei primi giorni del febbraio 2004, mai ritrovati all’interno del residence Le Rose. Dubbi e perplessità che hanno portato all’apertura di una seconda indagine, nel 2014. L’ipotesi era omicidio, l’accusa contro ignoti. Col titolare, Paolo Giovagnoli, che prima ammette la riapertura del caso e poi, a distanza di mesi, ne chiede una nuova archiviazione. Nonostante una perizia di parte del professor Avato smentisse la precedente, successiva al decesso, del professor Fortuni, e ulteriori tematiche, anche relative agli errori commessi dagli inquirenti durante la prima inchiesta, fossero venute a galla. Secondo Giovagnoli, che basava il suo giudizio anche sulla perizia svolta dal professor Tagliaro, perito terzo chiamato in causa proprio dagli inquirenti, non erano emersi elementi nuovi che facessero pensare ad un omicidio. 

    L’inchiesta sui fatti di Campiglio
    Nel frattempo, e in parallelo, a Forlì si indagava nuovamente anche sui fatti di Campiglio. Dopo la rapida archiviazione dell’inchiesta del ’99 a Trento, nel 2016 la pm Lucia Spirito apre un nuovo fascicolo sull’ipotesi di associazione per delinquere finalizzata alla frode e truffa sportiva. Alla base le dichiarazioni di Renato Vallanzasca dal carcere, informato da ambienti vicini alla Camorra che “il pelatino” (Pantani) non vincerà il Giro del 1999. Cosa sportivamente impossibile, visto che Pantani a due tappe dal termine aveva un vantaggio abissale nei confronti del secondo in classifica, ma poi realmente accaduta. L’ematocrito analizzato dai tre medici nell’albergo di Madonna di Campiglio che ospitava Pantani e la Mercatone Uno nella notte precedente alla penultima tappa di quel Giro, era superiore a 50 (51.9 per l’esattezza), quota ritenuta limite per la sicurezza della salute degli atleti. Limite superato che non gli permise di concludere quel Giro, oltre a gettarlo moralmente in quell’abisso dal quale non sarebbe poi più uscito. Secondo Vallanzasca quella provetta, neanche scelta da Pantani che invece ne aveva diritto, era stata “taroccata”. In pratica, visti poi i valori ematici, ci potrebbe essere stata una deplasmazione del sangue presente. Si toglie una parte volatile che si trova sopra il plasma prelevato, e come conseguenza la densità del sangue stesso cresce fino a sforare i limiti. Prove ne sarebbe stata la drastica diminuzione delle piastrine, crollate in quel test ad un valore da persona gravemente malata, non certo di chi ha dominato tre settimane di massacranti saliscendi per l’Italia, montagne comprese. E il fatto che un professionista come Marco non avesse sotto controllo i suoi livelli ematici da primissimo in classifica, con la certezza quindi di un controllo, e a due giorni dalla fine del Giro è onestamente non credibile. Dubbi enormi quindi, decisamente maggiori rispetto alle altre indagini. Ma anche in questo caso, nonostante il rinvio degli atti alla Procura antimafia di Napoli, è arrivata una nuova archiviazione per l’inchiesta, disposta dal gip Monica Galassi, fermata stavolta dalla prescrizione del reato ipotizzato.

    La terza inchiesta sulla morte
    E ancora, nel 2021, una terza inchiesta sulla morte di Marco. Sempre a Rimini, sempre su iniziativa di mamma Tonina: che mai si è arresa e mai lo farà. Nuove testimonianze, una ventina, nuovi approfondimenti che però anche in questo caso non sembrano portare ad un finale diverso. Molte le imprecisioni riscontrate nei racconti e nelle testimonianze, alcune poco credibili o addirittura inventati. Oltre ad una tempistica, a quasi vent’anni dal decesso, che non aiuta. In un iter giudiziario complesso e lungo vent’anni. Proprio come il ricordo, che al contrario non avrà mai archiviazione, del campione di Cesenatico. LEGGI TUTTO

  • in

    Pantani, le vittorie al Giro d’Italia e al Tour de France. FOTO

    A vent’anni dalla sua morte, ricordiamo le imprese del ciclista romagnolo sulle strade del Giro d’Italia e del Tour de France, vinti con una storica doppietta nel 1998. Dalle scalate dell’Alpe d’Huez al miracoloso recupero di Oropa, dai successi a Les Deux Alpes e all’Aprica fino agli ultimi acuti sul Ventoux e Courchevel, ecco le immagini che hanno fatto la storia del Pirata
    PANTANI PER SEMPRE: LO SPECIALE LEGGI TUTTO

  • in

    Milano-Sanremo, svelato il percorso dell’edizione 2024 del 16 marzo: partenza da Pavia

    Partirà da Pavia la 115esima edizione della Milano-Sanremo, la corsa che apre il calendario delle classiche di primavera del ciclismo internazionale in programma sabato 16 marzo. Il pomeriggio di venerdì 15 marzo, verso le 17, è prevista la presentazione delle squadre. Il giorno della gara il ritrovo in piazza Vittoria è fissato alle 8.30: alle 10 partirà la sfilata cittadina lungo Strada Nuovo sino al chilometro zero, dove scatterà la corsa. Per i primi 44 chilometri la corsa seguirà il tracciato del fiume Ticino, prima di confluire nel tradizionale percorso che porta la corsa verso la Liguria passando da Ovada al Passo del Turchino, prima di arrivare ad Arenzano e iniziare a costeggiare il mare lungo la Strada Statale Aurelia. A San Lorenzo al Mare, dopo la sequenza dei Capi (Mele, Cervo e Berta), si affrontano Cipressa (5,6 chilometri al 4.1 %) e Poggio di Sanremo (3,7 km a meno del 4% di media con punte dell’8%). Nell’ultima edizione per vittoria per distacco dell’olandese Mathieu Van der Poel davanti a Filippo Ganna, Wout Van Aert e Tadej Pogacar. LEGGI TUTTO

  • in

    Ciclismo, Rigoberto Uran annuncia il ritiro a fine stagione

    Rigoberto Uran ha annunciato ufficialmente il suo ritiro dal ciclismo alla fine di questa stagione, appena cominciata. “Come ciclista, credo che sia giunto il momento di dire: siamo arrivati ​​alla fine. Mi ci è voluto molto tempo per arrivare a questa decisione. È qualcosa a cui ho pensato a lungo e intensamente. La verità è che è spaventoso. Il ciclismo mi ha dato tutto nella vita. Per quasi 23 anni, il mio obiettivo è stato alzarmi, fare colazione e andare in bicicletta. Facevo parte di una squadra che mi portava alle principali gare in tutto il mondo. Adesso tutto questo finirà”.
    I suoi successi in carriera
    Il colombiano classe 1987 è salito sul secondo gradino del podio nel Giro d’Italia 2013 e 2014, oltre al secondo posto nel Tour de France 2017. Ha conquistato vittorie di tappe nei tre grandi giri. Ha chiuso al terzo posto il Giro di Lombardia in tre edizioni (2008, 2012, 2016). E’ stato argento olimpico a Londra nel 2012. Per l’ultima stagione da professionista non si pone particolari obiettivi: “Cercherò di godermela, di dare il massimo nelle gare e di correrle tutte come se fosse l’ultima. Questa stagione sarà un modo per dire grazie, un grazie di cuore. Provo solo gratitudine per la squadra, per tutte le persone, tutti gli allenatori e i compagni di squadra che sono sempre stati lì per aiutarmi negli ultimi 20 e più anni”. LEGGI TUTTO

  • in

    La camera ipobarica non è più vietata in Italia: cambiata la legge

    La camera ipobarica (o tenda ipobarica) non è più doping, nemmeno in Italia. La comunicazione è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale lo scorso 27 novembre: “Non è vietato l’utilizzo della camera ipobarica; l’atleta che ricorre a tale pratica deve rimanere sotto stretto controllo del medico sportivo sia prima che dopo l’utilizzo della camera ipobarica”, si legge. Cade dunque la legislazione (legge penale antidoping 376/2000) che prevedeva l’equiparazione del doping a questa pratica, unico caso a livello mondiale. Solo in Italia, infatti, non era possibile utilizzare questo strumento, considerato “pratica dopante”: la Wada lo aveva consentito da tempo. 

    Come funziona la camera ipobarica
    Innanzi tutto non è da confondere con la più conosciuta camera iperbarica. La tenda ipobarica simula l’ipossia, ovvero la mancanza di ossigeno che di solito si ottiene in alta montagna. In questi spazi viene ridotta l’ossigenazione, stimolando il corpo a produrre una quantità maggiore di globuli rossi e ad aumentare l’eritropoietina, l’ormone che produce i globuli rossi. In questo modo gli atleti top potranno simulare un ritiro in altura standosene comodamente seduti o sdraiati in una camera ipobarica.  LEGGI TUTTO

  • in

    Mondiale ciclocross, Van der Poel senza rivali: conquista il 6° titolo in carriera

    In testa alla sua gara fin da metà del primo giro, Mathieu Van der Poel è andato a prendersi la sua sesta maglia iridata da campione del mondo di ciclocross dominando la prova svoltasi nella Repubblica Ceca. L’olandese in questa stagione ’23-’24 ha vinto 13 delle 14 prove a cui ha preso parte, fra Coppa del mondo, Mondiale e altro. Van der Poel, che è campione del mondo in carica anche sui strada e ai Giochi di Parigi tenterà di conquistare l’oro nella Mountain Bike, al traguardo ha preceduto di 37″ l’altro olandese Joris Nieuwenhuis (argento) e di 1’06” il belga Michael Vanthourenhout (bronzo). Migliore degli italiani è stato Filippo Fontana, che ha chiuso al 17°. 

    Il fenomeno Van der Poel

    Oltre ai sei Mondiali (ma il record è di Roger De Vlaeminck che ne vinse sette), nel ciclocross Van der Poel ne ha vinti anche due da juniores (2012 e 2013). Insomma, un fenomeno che l’anno scorso si è imposto anche alla Milano-Sanremo e nella Parigi-Roubauix.  E’ nipote e figlio d’arte: suo nonno materno era l’eterno secondo francese Raymond Poulidor, suo padre l’olandese Adri Van der Poel, anche lui campione del mondo di ciclocross, nel suo caso nel 1996, e vincitore su strada di un giro delle Fiandre e di una Liegi-Bastogne-Liegi.

    leggi anche
    Viezzi è campione del mondo juniores di ciclocross LEGGI TUTTO

  • in

    Ciclocross, l’azzurro Viezzi è campione del mondo juniores

    Italia campione del mondo a Tabor, sede della rassegna iridata di ciclocross. Dopo il successo in Coppa del Mondo,  Stefano Viezzi domina la prova mondiale juniores e si prende anche la maglia iridata ai Mondiali in Repubblica Ceca, riportando il tricolore sul gradino più alto del podio. “Sono felicissimo, non ho ancora realizzato bene quello che ho fatto” le prime parole di un incredulo Viezzi, autore di una stagione al limite del perfetto, tra titolo italiano, di Coppa e del mondo.

    L’azzurro si impone in una rassegna iridata fino ad oggi dominata dagli olandesi. Ma è il duello tra Italia e Francia a caratterizzare la prima parte della gara, con Aubin Sparfel e Stefano Viezzi a darsi fastidio a vicenda. Sul rettilineo finale del terzo giro cambia tutto: Sparfel buca, Viezzi ne approfitta e cerca la fuga. Mentre il francese arretra, l’azzurro classe 2006 fa in tempo a sbattere contro le protezioni e poi forare la ruota anteriore, costringendosi ad arrivare ai box a fatica. Viezzi batte anche la sfortuna, mantiene il vantaggio e taglia il traguardo a braccia alzate. “Ho giocato tutte le mie carte – ha raccontato Viezzi – sono stato aiutato dalla fortuna, ma ci vuole anche questo: ho approfittato della foratura di Sparfel e ho spinto fino alla fine. Vincere questa medaglia era il mio obiettivo fin da inizio stagione e ho realizzato un sogno. Voglio ringraziare tutto lo staff che lavora dietro le quinte, il mio preparatore, la federciclismo e Daniele Pontoni, che è davvero un ottimo Ct. Grazie per aver creduto in me, sono contento di avervi ripagati in questo modo”.  LEGGI TUTTO