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    Marco Pantani, uno dei più grandi sportivi italiani di sempre

    Marco Pantani non è stato solo uno dei più forti corridori di sempre, è stato uno dei più grandi sportivi di sempre. La sua apparizione sulle scene rappresentò anche una ‘rivoluzione’ nel modo di vivere e raccontare il ciclismo. Oggi quel ciclismo non esiste più, ma molto è nato da lì
    PANTANI PER SEMPRE: LO SPECIALE

    Ci sono modi e modi di raccontare o ricordare un campione. Se poi quel campione è Marco Pantani tutto diventa diverso. Perché, a distanza di vent’anni, si fa ancora fatica a non emozionarsi quando si parla o si scrive di lui. Perché Marco Pantani è stato il campione di tutti. Quello capace di rendere ancora più popolare uno sport che è da sempre nel DNA del nostro paese. Dai tempi di Coppi e Bartali, passando per la guerra e gli anni immediatamente successivi fino ad arrivare al dualismo Saronni-Moser. Solo per citare alcuni esempi. Ecco Marco Pantani non aveva un rivale italiano, ma è stata la miccia che ha fatto reinnamorare del ciclismo milioni di italiani. Soprattutto una generazione, quelli dell’inizio degli anni ’80, che aveva ricevuto in dono, per lo più dai nonni, la passione per uno sport che alcuni ritenevano per vecchi. Il ciclismo agli inizi degli anni 90’ non era quello di oggi. Ecco perché, provare a raccontare chi è stato Marco Pantani, per chi come chi scrive l’ha vissuto nella fase della fine dell’adolescenza, a chi è nato dopo il 2000 può essere un modo diverso di far capire di raccontare il Pirata. All’epoca le dirette integrali delle tappe erano un sogno. Ci si accontentava dei vari rotocalchi che precedevano il Giro e degli ultimi 40-50 km della tappa, raccontati dalla mitica voce di Adriano De Zan con il commento tecnico di Vittorio Adorni. Diretta preceduta dalla immancabile sigla Rai (“Nessun dorma”) cantata da Pavarotti. Quando partiva quella canzone era il momento di andare a svegliare nonno Felice perché “la corsa”, come la chiamava lui, stava per cominciare. Era un appuntamento fisso che si ripeteva ogni pomeriggio.

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    Una rivoluzione anche mediatica
    Ecco Pantani rappresentò una rivoluzione anche dal punto di vista televisivo. Perché per la prima volta. Nel 1993 il Giro non fu trasmesso dalla Rai, ma da Mediaset. E si trattò di una autentica rivoluzione. Perché Giovanni Bruno capo progetto di quei Giri riuscì a rovesciare completamente il modo di raccontare la corsa. Di fatto cominciò a nascere l’idea di creare “l’evento”, in cui l’attesa della tappa diventava parte integrante del racconto. E così quando Pantani si fece conoscere agli occhi del mondo, nella 15^ tappa del Giro 1994, la voce non era più quella di Adriano, ma di suo figlio Davide De Zan con Beppe Saronni al commento tecnico. 195 km da Merano ad Aprica con Stelvio e Mortirolo nel mezzo. Da quel momento, da quello scatto, da quell’arrivo in solitaria la Carrera non sarà più solo Chiappucci. Ma anche e soprattutto Marco Pantani.

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    Ciclismo
    “Pantanissimo”, un eroe sempre in prima pagina

    Con le sue gesta straordinarie, Marco Pantani ha stregato il mondo del ciclismo e non solo. A vent’anni dalla sua morte, vogliamo ricordarlo nelle sue numerose imprese a Giro e Tour, testimoniate dai titoli e dalle prime pagine dei più importanti quotidiani sportivi dell’epoca
    PANTANI PER SEMPRE: LO SPECIALE

    IL MITO DI MARCO PANTANI SULLE PRIME PAGINE DEI QUOTIDIANI SPORTIVI

    Dal 1994 al 2000, il Pirata ha fatto innamorare il mondo del ciclismo. A vent’anni dalla sua morte, vogliamo ricordarlo nelle sue numerose imprese a Giro e Tour, testimoniate dai titoli e dalle prime pagine dei più importanti quotidiani sportivi. In un’epoca in cui i social ancora non esistevano, ecco come veniva celebrato il campione di Cesenatico sui media

    3 AGOSTO 1998: MARC DE TRIOMPHE

    La Gazzetta dello Sport celebra la vittoria di Pantani al Tour 1998 con un geniale “Marc de Triomphe”, con la foto del Pirata festeggiato da Felice Gimondi, ultima maglia gialla italiana prima di lui nel 1965

    3 AGOSTO 1998: PANTANISSIMO

    L’Equipe conia un superlativo in ricordo del grande Fausto Coppi (Campionissimo) per descrivere la vittoria di Marco Pantani al Tour del 1998. Un grande onore per il ciclista romagnolo

    Un ciclismo inimmaginabile 
    Era un ciclismo inimmaginabile quello di allora per i ragazzi d’oggi. Le gabbiette per le scarpe avevano lasciato da poco tempo spazio alle tacchette. Le bici non erano leggere come oggi. Pensate che qualsiasi bici moderna fa apparire come un pezzo di antiquariato i top di gamma dell’epoca. Il carbonio sarebbe arrivato molti anni dopo. I telai erano in alluminio. Le ruote ad alto profilo non esistevano, al massimo per le crono si usavano le lenticolari. Ma nulla a che vedere con quello che si vede in corsa oggi. I freni a disco sono una scoperta degli ultimi anni. Le leve del cambio avevano già lasciato i tubolari per andare sulle leve dei freni. E va da sé che i cambi elettronici sembravano fantascienza. Stesso discorso per gps e computerini vari. Si iniziavano a vedere i primi cardiofrequenzimetri e le crisi, di fame e non, erano abbastanza comuni. I gel non esistevano e i corridori facevano il carico di carboidrati con la pasta a colazione, con panini di rinforzo, dolci e salati in corsa. Spesso in discesa per ripararsi dal vento utilizzavano dei giornali sotto la maglia. L’obbligo del casco per l’intera durata della corsa è arrivato solo nel 2003. Non a caso uno dei gesti tipici di Pantani, un must ormai, il simbolo dei suoi attacchi: era il lancio della bandana prima dello scatto in salita.

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    La sfortuna prima dei grandi successi
    Il Giro del 1994 fu solo l’inizio. In mezzo tanta sfortuna, ma nessuna voglia di mollare. Fino a quel giro 1998. La voce era tornata quella di Adriano De Zan con accanto un giovane Davide Cassani. La squadra di Pantani non era più la Carrera, ma la Mercatone Uno. Erano cambiati i rivali, su tutti, un altro russo: Pavel Tonkov. Corridore tosto, a cronometro come in salita. Con una resistenza allo sforzo incredibile. La tappa era la 19esima: Cavalese-Plan di Montecampione. Pantani appassionava ed entusiasmava tanto la gente che la diretta integrale della tappa stava per abbandonare l’ambito dell’eccezione, per entrare in quello della normalità. Tonkov non molla. Davanti alla tv c’è un Nazione intera a tifare per la maglia Rosa. Marco ha un vantaggio ristretto sul russo e alle porte c’è una cronometro, in cui Tonkov parte nettamente favorito. A 3km dall’arrivo, nella parte transennata, arriva l’attacco decisivo e vincente del Pirata. Una cavalcata stupenda segnata da tanta sofferenza anche per chi seguiva da casa.

    La doppietta Giro-Tour
    Pantani vince quel giro davanti a Tonkov e Guerini e va al Tour. All’epoca la doppietta Giro-Tour non era un azzardo come spesso viene visto oggi. Non a caso, la scelta di Tadej Pogacar di correre i due grandi giri per eccellenza quest’anno continua a fare discutere. Ma all’epoca non era così. Certo non era una passeggiata. Ma nemmeno una chimera. Per intenderci: Indurain riuscì a piazzare la doppietta nel 1992 e nel 1993. Quel Tour fu un Tour strano, caratterizzato dalla macchia del doping, dalle sirene delle gendermerie. Dalle minacce di sciopero dei corridori. Ma fu soprattutto il Tour di Marco Pantani. Il suo rivale era un tedesco: il capitano della Telekom. Uno che la Grande Boucle l’aveva vinta l’anno prima: Jan Ullrich. E se Tonkov era tosto, Ullrich lo era all’ennesima potenza. Ma Pantani era uno di quelli che non mollava mai. E il Pirata lo dimostra nella Grenoble-Les Deux Alpes. In una giornata infernale, sotto una pioggia torrenziale, sul mitico Galibier, a 50 km dalla fine, sulla penultima salita, Marco parte. “Un attacco annunciato” come lo definirà Cristiano Gatti, ospite della Rai. Perché ormai l’attacco di Pantani era parte dello spettacolo delle frazione di montagna. Qualcosa di atteso. Che vagava nell’aria. E così un uggioso pomeriggio di luglio francese entra nella leggenda grazie a Marco Pantani, che plana in discesa e va a vincere con 9’ di vantaggio su Ullrich. Una doppietta Giro-Tour che lo manda nell’Olimpo dello sport. Perché Pantani non è stato solo uno dei più grandi ciclisti di sempre. E’ stato uno dei più grandi sportivi di sempre. Uno capace da audience da finale di mondiali di calcio. Uno capace di entrare nel cuore delle persone. Un campione capace di far innamorare del ciclismo anche quelli che non avevano a casa un nonno capace di trasmettergli la passione per questo meraviglioso sport. Questo era Marco Pantani per chi è nato agli inizi degli anni ’80. 

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    Chi era Marco Pantani: resta per sempre il simbolo del ciclismo

    Sono passati  venti anni da quel tremendo 14 febbraio 2004: quel giorno morì Marco Pantani. Ma il “Pirata” resta vivo più che mai: è e resta il ciclismo, la sua fatica, la sua sofferenza e le sue imprese mitiche
    PANTANI PER SEMPRE: LO SPECIALE

    Vent’anni sono tanti o non sono nulla. Il tanto può essere riferito a quel lasso di tempo che intercorre dalla data…14 febbraio 2004. Il nulla riguarda il valore personale del ricordo e quello pubblico delle sue imprese. Se torno a quella maledetta data di venti anni fa e che celebra la festa degli innamorati, non è altro che un brivido lungo la schiena, lo stesso che avevo quando, con mani basse sul manubrio, Marco Pantani scattava appena la strada saliva. Ora quel brivido e urlo di letterale gioia mi si strozza in gola, diventa un macigno, un vero e proprio uragano, un maledetto vortice emotivo di immane tristezza ed angoscia. Quel giorno facemmo “nuda cronaca” quando invece volevamo solo piangere. Una giornata, serata, passata a dare informazioni, all’epoca Sportime, il primo tg di SkySport, senza sosta e senza soluzione di continuità vista la gravità dell’episodio. Quel giorno raccontammo, annientati dal dolore, tutte le sue vittorie, tutte le sue gesta, tutti i suoi momenti ripercorrendo passo dopo passo la sua vita, assai breve e per certi versi triste e drammatica come epilogo. 

    Le tante domande
    Così si è celebrato il campione, così si è omaggiato il personeggio con mille domande sulla sua fine. Un turbinio di emozioni e sensazioni che frullano nella testa nel bene e nel male. Ora è indubbio che si è detto, scritto, visto e non visto anche troppo. Di considerazioni e ragionamenti ve ne sono ed eccome ma di Marco Pantani è bello e doveroso ricordare altro. Certo è che tra inchieste, processi, sentenze, appelli, indiscrezioni, verità nascoste, scoop o simili, rilievi, pareri, confessioni, rivelazioni, ipotesi e tanto ma tanto altro ci hanno inondato, sommerso e troppe volte annientato. E ancora, avvocati, famiglia, manager, sostenitori, denigratori, amici o finti tali, fans, tifosi, malavitosi, ergastolani, corrieri, fidanzate, parenti, psicologi, criminologi, esperti, tuttologi e…non so chi altro sono intervenuti con perenni dichiarazioni, supposizioni, congetture e deduzioni. Un vero mistificante frullato del nulla. Non voglio dire che non bisogna arrivare alla verità o rispondere ai tanti perché, ci mancherebbe…ma ne sono uscite troppe, mai chiare e francamente poco edificanti per la sua Memoria, maiuscolo. 

    Una cosa è certa. Marco Pantani quel giorno è morto. Marco Pantani non c’è più da quel 14 febbraio del 2004. Marco Pantani, quell’omino con la testa luccicante al sole, che diventa un gigante sulla bici non è mai morto. Come tutti i grandi, le leggende e i miti, Marco Pantani corre sempre nei ricordi e nella memoria di tutti. Mi ha fatto un gran piacere i recenti paragoni che hanno avvicinato la popolarità di Sinner ad Alberto Tomba, Valentino Rossi e… Marco Pantani. Ecco perché non manca, è sempre lì mani basse smorfie all’ultimo tornante e poi il colpo di pedale, quello con cui staccava tutti diveniva più soffice e morbido sotto lo striscione dell’arrivo. Marco Pantani è ed era il ciclismo, quell’eroe che si esalta solo al vedere in lontananza la montagna. Una sfida infinita: “Vado così forte in salita per abbreviare la mia agonia”. Ecco chi era Pantani. Abbiamo tutti presente che cosa ha fatto con la maglia Carrera e qualche capello in testa o con i colori della Mercatone di Luciano Pezzi con bandana ed orecchino. Giro e Tour. Ha vinto poco o molto per troppo poco tempo…inizi da giovane gregario e spalla di campioni come Chiappucci poi libero di interpretarsi con pezzi di autore, poi i tanti incidenti le tante ripartenze i regolamenti e la lotta con sé stesso. Il suo vissuto è una sorta di continuo saliscendi e in questo si inserisce anche il nostro racconto. Ci ha portato ed accompagnato su tante strade, ha fatto tifare tutta l’Italia senza distinzione di età, ci ha fatto scoprire il concetto dell’impresa, della sofferenza, della solitudine del numero Uno. Ecco chi era Pantani, attore protagonista di un film con ragazzo innamorato della bici. Il suo cavallo alato che lo liberava dalle sue angosce era un ragazzo libero quando cavalcava la sua bici. Si aspettava Marco Pantani, dalla Tv le immagini uscivano con la voce rotta di Adriano De Zan e di un giovane esordiente Davide Cassani, un racconto di esaltante epopea di un quasi antico ciclismo. Record di ascolti e di presenze agli arrivi e sulle strade. Ecco chi era Marco Pantani. I suoi gesti, il suo rituale era la preparazione a quello che attendevi…scatti e controscatti per stroncare chiunque, il popolo ciclistico in visibilio, il suo autografo per il ricordo perenne. Ecco chi era Marco Pantani. Il suo sguardo sfuggente ed impaurito quando aveva intorno troppa gente mi è sempre presente. Il suo sorriso liberatorio ad occhi chiusi e braccia larghe sotto i traguardi è stampigliato nella mia memoria. La rabbia per l’ennesima rinascita e i pugni al cielo sono per me indelebili. Strade, salite, strappi, discese, curve e tornanti, ogni metro percorso sono i suoi lasciti. “Per vincere Pantani non ha bisogno del Doping, ha bisogno delle salite”, diceva in terza persona, quanto è vero Marco. Mi permetto di passare al tu per quelle volte che abbiamo pedalato insieme e per le tante che ti ho raccontato anche nel finale di quel pantano della vita reale. Immagini, foto, maglie raccontano il piccolo grande uomo. 20 anni che non cambiano le nostre emozioni.
    Ecco chi era Marco Pantani.

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    Ciclismo
    Le vittorie di Pantani a Giro e Tour

    A vent’anni dalla sua morte, ricordiamo le imprese del ciclista romagnolo sulle strade del Giro d’Italia e del Tour de France, vinti con una storica doppietta nel 1998. Dalle scalate dell’Alpe d’Huez al miracoloso recupero di Oropa, dai successi a Les Deux Alpes e all’Aprica fino agli ultimi acuti sul Ventoux e Courchevel, ecco le immagini che hanno fatto la storia del Pirata
    PANTANI PER SEMPRE: LO SPECIALE

    1994, MERANO E APRICA: IL MONDO CONOSCE MARCO PANTANI

    L’esuberanza di Marco Pantani si palesa al mondo alla prima vera occasione: il 24enne romagnolo fa impazzire l’Italia vincendo due tappe al Giro 1994 con gli arrivi a Merano e all’Aprica, salendo anche sul podio al 2° posto dietro alla maglia rosa Berzin 

    1998, COMINCIA LA SCALATA ALLA CLASSIFICA A PIANCAVALLO

    Piuttosto in ombra nei giorni precedenti, Pantani comincia la sua rincorsa alla vetta della classifica generale e alla maglia rosa, indossata dallo svizzero Zulle: il Pirata vince la 14^ tappa a Piancavallo

    LA PRIMA VITTORIA IN MAGLIA ROSA A PLAN DI MONTECAMPIONE

    Già in maglia rosa, il Pirata certifica di fatto il successo in quel Giro con l’arrivo in solitaria a Plan di Montecampione nella 19^ frazione

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    Milano-Sanremo, svelato il percorso dell’edizione 2024 del 16 marzo: partenza da Pavia

    Partirà da Pavia la 115esima edizione della Milano-Sanremo, la corsa che apre il calendario delle classiche di primavera del ciclismo internazionale in programma sabato 16 marzo. Il pomeriggio di venerdì 15 marzo, verso le 17, è prevista la presentazione delle squadre. Il giorno della gara il ritrovo in piazza Vittoria è fissato alle 8.30: alle 10 partirà la sfilata cittadina lungo Strada Nuovo sino al chilometro zero, dove scatterà la corsa. Per i primi 44 chilometri la corsa seguirà il tracciato del fiume Ticino, prima di confluire nel tradizionale percorso che porta la corsa verso la Liguria passando da Ovada al Passo del Turchino, prima di arrivare ad Arenzano e iniziare a costeggiare il mare lungo la Strada Statale Aurelia. A San Lorenzo al Mare, dopo la sequenza dei Capi (Mele, Cervo e Berta), si affrontano Cipressa (5,6 chilometri al 4.1 %) e Poggio di Sanremo (3,7 km a meno del 4% di media con punte dell’8%). Nell’ultima edizione per vittoria per distacco dell’olandese Mathieu Van der Poel davanti a Filippo Ganna, Wout Van Aert e Tadej Pogacar. LEGGI TUTTO

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    Ciclismo, Rigoberto Uran annuncia il ritiro a fine stagione

    Rigoberto Uran ha annunciato ufficialmente il suo ritiro dal ciclismo alla fine di questa stagione, appena cominciata. “Come ciclista, credo che sia giunto il momento di dire: siamo arrivati ​​alla fine. Mi ci è voluto molto tempo per arrivare a questa decisione. È qualcosa a cui ho pensato a lungo e intensamente. La verità è che è spaventoso. Il ciclismo mi ha dato tutto nella vita. Per quasi 23 anni, il mio obiettivo è stato alzarmi, fare colazione e andare in bicicletta. Facevo parte di una squadra che mi portava alle principali gare in tutto il mondo. Adesso tutto questo finirà”.
    I suoi successi in carriera
    Il colombiano classe 1987 è salito sul secondo gradino del podio nel Giro d’Italia 2013 e 2014, oltre al secondo posto nel Tour de France 2017. Ha conquistato vittorie di tappe nei tre grandi giri. Ha chiuso al terzo posto il Giro di Lombardia in tre edizioni (2008, 2012, 2016). E’ stato argento olimpico a Londra nel 2012. Per l’ultima stagione da professionista non si pone particolari obiettivi: “Cercherò di godermela, di dare il massimo nelle gare e di correrle tutte come se fosse l’ultima. Questa stagione sarà un modo per dire grazie, un grazie di cuore. Provo solo gratitudine per la squadra, per tutte le persone, tutti gli allenatori e i compagni di squadra che sono sempre stati lì per aiutarmi negli ultimi 20 e più anni”. LEGGI TUTTO

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    La camera ipobarica non è più vietata in Italia: cambiata la legge

    La camera ipobarica (o tenda ipobarica) non è più doping, nemmeno in Italia. La comunicazione è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale lo scorso 27 novembre: “Non è vietato l’utilizzo della camera ipobarica; l’atleta che ricorre a tale pratica deve rimanere sotto stretto controllo del medico sportivo sia prima che dopo l’utilizzo della camera ipobarica”, si legge. Cade dunque la legislazione (legge penale antidoping 376/2000) che prevedeva l’equiparazione del doping a questa pratica, unico caso a livello mondiale. Solo in Italia, infatti, non era possibile utilizzare questo strumento, considerato “pratica dopante”: la Wada lo aveva consentito da tempo. 

    Come funziona la camera ipobarica
    Innanzi tutto non è da confondere con la più conosciuta camera iperbarica. La tenda ipobarica simula l’ipossia, ovvero la mancanza di ossigeno che di solito si ottiene in alta montagna. In questi spazi viene ridotta l’ossigenazione, stimolando il corpo a produrre una quantità maggiore di globuli rossi e ad aumentare l’eritropoietina, l’ormone che produce i globuli rossi. In questo modo gli atleti top potranno simulare un ritiro in altura standosene comodamente seduti o sdraiati in una camera ipobarica.  LEGGI TUTTO

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    Mondiale ciclocross, Van der Poel senza rivali: conquista il 6° titolo in carriera

    In testa alla sua gara fin da metà del primo giro, Mathieu Van der Poel è andato a prendersi la sua sesta maglia iridata da campione del mondo di ciclocross dominando la prova svoltasi nella Repubblica Ceca. L’olandese in questa stagione ’23-’24 ha vinto 13 delle 14 prove a cui ha preso parte, fra Coppa del mondo, Mondiale e altro. Van der Poel, che è campione del mondo in carica anche sui strada e ai Giochi di Parigi tenterà di conquistare l’oro nella Mountain Bike, al traguardo ha preceduto di 37″ l’altro olandese Joris Nieuwenhuis (argento) e di 1’06” il belga Michael Vanthourenhout (bronzo). Migliore degli italiani è stato Filippo Fontana, che ha chiuso al 17°. 

    Il fenomeno Van der Poel

    Oltre ai sei Mondiali (ma il record è di Roger De Vlaeminck che ne vinse sette), nel ciclocross Van der Poel ne ha vinti anche due da juniores (2012 e 2013). Insomma, un fenomeno che l’anno scorso si è imposto anche alla Milano-Sanremo e nella Parigi-Roubauix.  E’ nipote e figlio d’arte: suo nonno materno era l’eterno secondo francese Raymond Poulidor, suo padre l’olandese Adri Van der Poel, anche lui campione del mondo di ciclocross, nel suo caso nel 1996, e vincitore su strada di un giro delle Fiandre e di una Liegi-Bastogne-Liegi.

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    Viezzi è campione del mondo juniores di ciclocross LEGGI TUTTO

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    Ciclocross, l’azzurro Viezzi è campione del mondo juniores

    Italia campione del mondo a Tabor, sede della rassegna iridata di ciclocross. Dopo il successo in Coppa del Mondo,  Stefano Viezzi domina la prova mondiale juniores e si prende anche la maglia iridata ai Mondiali in Repubblica Ceca, riportando il tricolore sul gradino più alto del podio. “Sono felicissimo, non ho ancora realizzato bene quello che ho fatto” le prime parole di un incredulo Viezzi, autore di una stagione al limite del perfetto, tra titolo italiano, di Coppa e del mondo.

    L’azzurro si impone in una rassegna iridata fino ad oggi dominata dagli olandesi. Ma è il duello tra Italia e Francia a caratterizzare la prima parte della gara, con Aubin Sparfel e Stefano Viezzi a darsi fastidio a vicenda. Sul rettilineo finale del terzo giro cambia tutto: Sparfel buca, Viezzi ne approfitta e cerca la fuga. Mentre il francese arretra, l’azzurro classe 2006 fa in tempo a sbattere contro le protezioni e poi forare la ruota anteriore, costringendosi ad arrivare ai box a fatica. Viezzi batte anche la sfortuna, mantiene il vantaggio e taglia il traguardo a braccia alzate. “Ho giocato tutte le mie carte – ha raccontato Viezzi – sono stato aiutato dalla fortuna, ma ci vuole anche questo: ho approfittato della foratura di Sparfel e ho spinto fino alla fine. Vincere questa medaglia era il mio obiettivo fin da inizio stagione e ho realizzato un sogno. Voglio ringraziare tutto lo staff che lavora dietro le quinte, il mio preparatore, la federciclismo e Daniele Pontoni, che è davvero un ottimo Ct. Grazie per aver creduto in me, sono contento di avervi ripagati in questo modo”.  LEGGI TUTTO