Settantatré anni di polvere, illusioni e domeniche orfane. Un’apnea collettiva durata una vita intera, a cercare l’eco di Alberto Ascari nei silenzi della nostra storia. Poi, nell’aria rarefatta del Messico, il respiro si rompe in un urlo. Kimi Antonelli ha vent’anni, gli occhi limpidi di un ragazzino e l’istinto spietato dei fuoriclasse. Ha preso la F.1, l’ha ribaltata e se l’è messa in tasca, restituendo all’Italia una vertigine che credevamo perduta per sempre. Eccolo qui, il nostro Campione del mondo. Il telefono impazzito, l’adrenalina a mille e il candore intatto di chi, in fondo, vuole solo tornare a casa.
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Kimi, il mondo ti cerca. Il tuo cellulare scotta. Ti sei reso conto di quello che hai fatto?
«Ho aperto WhatsApp. Non aggiornava neanche le chat da quanti messaggi arrivavano. Credo che la vera botta di consapevolezza la avrò dopo il Brasile. O quando tornerò a casa, nel silenzio, e realizzerò per bene quello che è successo. Ma credetemi, questo weekend è stata una follia».
Un’attesa logorante. Mesi a sentirti dire: sei campione. Un peso che schiaccia.
«Mi sono incazzato vero. Dicevo: “Ma che cavolo dite? Non è mica finita”. Non ne potevo più di tutte queste congratulazioni anticipate. Mi toccavo in continuazione. Era scaramanzia pura. Adesso, finalmente, non devo più farlo e posso stare tranquillo».
In Messico potevi passeggiare. Bastavano due punti. Invece hai visto una striscia rossa, Leclerc, e ti sei acceso. Un istinto primordiale.
«Volevo finire sul podio. Finire l’opera per bene. Il primo stint è stato fantastico, ho gestito le gomme soft andando lungo e mantenendo un passo ottimo. Poi è arrivata la bandiera rossa. Una sfiga pazzesca. Tutto azzerato, costretto a ripartire quarto, sul lato sporco, senza grip per via dei marbles. Ma ho pensato che non potevo arrendermi. Dovevo riprendermi quella posizione».
E poi c’è stato quel podio che pare il manifesto di un cambio generazionale.
«Ricevere i complimenti sinceri da Verstappen e Hamilton ha un significato enorme. Loro hanno fatto la storia del motorsport e dicono sempre quello che pensano, Max soprattutto. Condividere questo traguardo con loro è stato bellissimo. Anzi, ho già detto a mia mamma di fare un bel quadro con la foto di noi tre sul podio, da appendere in casa».
Fonte: http://www.corrieredellosport.it/rss/formula-1

