MILANO – Per Gino Sirci la battaglia sul futuro calendario internazionale riguarda il valore stesso dei campionati di club: chi forma e paga i giocatori, chi sostiene le squadre e quale spazio resterà per tifosi e sponsor. Il presidente di Perugia torna a contestare il progetto della FIVB di collocare le competizioni delle nazionali in inverno, nel mezzo della stagione delle società, in un’intervista concessa a Yann Hildwein per L’Équipe, pubblicata il 16 ottobre.
Il giudizio è netto: Sirci parla di “una decisione completamente folle, dal nostro punto di vista” e racconta di essersi rivolto a oltre 200 club europei per organizzare un’opposizione comune. L’obiettivo dichiarato è arrivare a una nuova unione delle società.
Il ruolo dei club: Formare e pagare i campioni
Il primo argomento del presidente umbro è il peso dei campionati nazionali nella crescita e nel finanziamento della pallavolo: “Molte persone, anche in Italia, non sanno che sta accadendo qualcosa di grave. Quello che sta succedendo è un declassamento del nostro campionato per club. Questo campionato sostiene tutte le attività della pallavolo, perché individua, forma e paga i campioni che giocano nelle competizioni internazionali. E chi paga il campionato? Io e gli altri club europei.”
Nell’intervista Sirci paragona lo stop a una conversazione interrotta per rivolgersi a qualcun altro: il messaggio, per chi viene lasciato in attesa, è quello di non essere abbastanza importante. E insiste: “Non ci piace essere interrotti. Perché siamo importanti. Perché siamo la pallavolo. Perché paghiamo la pallavolo. E adesso la pallavolo costa molto, molto cara. C’è molta concorrenza, ci sono molte tasse. Non vogliamo essere declassati.”
Due mesi di stop e il valore dell’inverno
Il problema indicato da Sirci non si esaurisce nella durata della competizione internazionale: comprende la preparazione delle nazionali e il tempo necessario agli atleti per rientrare nell’attività dei club.
“Con la preparazione, questo significa due mesi di stop per il campionato. Immaginate un giocatore brasiliano che va a raggiungere la sua nazionale negli Stati Uniti, in Giappone e così via. Quando rientra dopo la competizione, servono ancora almeno dieci giorni, se non di più, perché possa tornare a giocare con il suo club.”
Sul piano economico, il presidente formula una precisa accusa alla federazione internazionale. Le cifre sono quelle da lui citate nell’intervista: “La FIVB vuole passare da 60 milioni di dollari di utili annui a 105 milioni, quasi il doppio. E come? Prendendosi il nostro periodo migliore: due mesi d’inverno nei quali spettatori, sponsor, città e televisioni possono pagare forse il doppio rispetto a settembre.”
Sirci contrappone le abitudini di settembre a quelle di dicembre e gennaio, mesi nei quali, nella sua lettura, il pubblico trascorre più tempo davanti alla televisione. Togliere ai club quella finestra significherebbe sottrarre visibilità e valore ai loro investimenti.
“Questi due mesi di interruzione sono a carico nostro, perché veniamo privati del momento migliore della stagione. È un’ingiustizia enorme. Dal 2028 il campionato sarà talmente declassato che i club crolleranno. Gli sponsor non ci vorranno più, perché nessuno ci guarderà più.” Questo il rischio prospettato dal presidente di Perugia.
Una lettera a oltre 200 società
Sirci sostiene che il dissenso non sia limitato al movimento italiano: “Tutta l’Italia è contraria a questo calendario, e ci sono altre leghe al nostro fianco: quella del Giappone è contraria, quelle della Turchia e degli Stati Uniti sono contrarie. Ma il signor Azevedo e i suoi uomini non sono sensibili a tutto questo, dicono che il mondo è grande.”
Da qui l’iniziativa rivolta alle società europee: “Allora ho scritto una lettera a più di 200 club europei perché siano tutti consapevoli di quello che sta succedendo. E rispondono. Insieme speriamo di creare una nuova unione dei club.”
Il club come identità di una città
Nell’ultima parte dell’intervista il discorso passa dagli equilibri economici al significato dell’investimento sportivo. Sirci osserva che con il denaro impegnato nella pallavolo in vent’anni avrebbe potuto costruirsi una villa a Saint-Tropez o acquistare una barca di 50 metri. La ragione per continuare, spiega, non è soltanto commerciale.
“Ma lo sport non è soltanto un business. È qualcosa che ti identifica in un territorio, in una città. Non vogliamo spendere i nostri soldi per qualcun altro. Chi firma l’assegno ha dei diritti. Se il signor Azevedo e la sua squadra decidono di imporre questo calendario, saranno tutti molto impopolari. Perché il club è una religione, un’identità.”
La conclusione è un appello a fare massa critica per cambiare il progetto: “Siamo già una ventina di grandi club europei ad associarci per far sentire la nostra voce. Spero che funzioni, che cambino idea.”
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