Il Gran Premio di Madrid lascia una domanda più importante del suo risultato: che cosa decide oggi una gara di Formula 1? Lando Norris aveva costruito in pista le condizioni per vincere, con un ritmo superiore e un vantaggio che sembrava destinato a crescere. Poi è arrivata la Virtual Safety Car e, in pochi secondi, la gerarchia costruita in decine di giri è cambiata.
Antonelli ha potuto fermarsi nel momento giusto, mentre Norris aveva già superato l’ingresso della pit-lane. Non è necessario pensare a complotti o decisioni volutamente orientate: è sufficiente osservare quanto oggi sia determinante il timing di un evento esterno. La stessa Formula 1, una settimana dopo Monza, ci ha riproposto ancora una volta la Safety Car come elemento capace di riscrivere una gara. Ma il problema non è la Safety Car. Il problema è ciò che essa rivela. La F.1 moderna è sempre meno soltanto una sfida tra uomini e macchine e sempre più una competizione tra sistemi. Gestione dell’energia, temperature, pneumatici, batterie, finestre strategiche e simulazioni diventano parte integrante della prestazione.
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Il pilota deve conoscere la macchina fino al punto di anticiparne le reazioni e, soprattutto, di capire quando utilizzarne ogni possibilità. In questo senso Antonelli e Verstappen rappresentano forse due delle migliori interpretazioni della F.1 contemporanea. Non sono soltanto velocissimi: sembrano particolarmente capaci di leggere quella complessa grammatica tecnica che accompagna ogni giro. È una nuova forma di talento, diversa da quella che associavamo alla F.1 del passato. Una volta era la macchina a essere costruita per esaltare il pilota; oggi è spesso il pilota che deve imparare.
Fonte: http://www.corrieredellosport.it/rss/formula-1
