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Libri: “Magic”, Ngapeth racconta l’Italia che gli ha cambiato la vita


MODENA – Ha appena vinto lo scudetto, i compagni festeggiano nello spogliatoio e lui piange da solo, in un angolo. Angelo Lorenzetti gli si avvicina per capire che cosa stia succedendo. Earvin Ngapeth non è travolto soltanto dalla gioia: è già spaventato dalla fine. L’allenatore partirà, Bruno potrebbe tornare in Brasile e quella squadra, diventata molto più di un gruppo di lavoro, rischia di non esistere più. Nel momento della vittoria, Earvin avverte soprattutto il dolore della separazione. È uno dei ricordi più rivelatori del suo scudetto modenese del 2016. 

Per entrare in Magic, l’autobiografia di Ngapeth realizzata con Guillaume Degoulet e pubblicata da Hugo Sport, si può partire da questa scena. Non da una schiacciata impossibile, da una provocazione sotto rete o da una medaglia olimpica. Ma da un campione che, proprio quando raggiunge l’obiettivo, scopre quanto gli costerà lasciare andare le persone con cui lo ha inseguito. 

Il libro trova qui uno dei suoi fili più interessanti: dietro il giocatore capace di occupare la scena c’è un uomo che torna continuamente sul bisogno di sentirsi parte di qualcosa. Una famiglia, una squadra, una città. E per il lettore italiano non è un dettaglio secondario che due dei luoghi fondamentali di questa ricerca siano Cuneo e Modena.

Prima dei trionfi, la rabbia

La scelta dell’apertura chiarisce subito il tono del volume. Ngapeth non comincia dai due ori olimpici, ma dall’esclusione dalla nazionale francese durante il Mondiale 2010 in Italia. Rilegge quell’episodio come una ferita e, insieme, come una delle spinte decisive della propria carriera: la rabbia per essere stato allontanato, l’etichetta di ragazzo difficile, il desiderio di rispondere attraverso il gioco. 

La scrittura conserva il passo del racconto orale: frasi brevi, giudizi netti, ironia, linguaggio da spogliatoio. La voce riconoscibile è quella del protagonista, con la sua capacità di passare dall’orgoglio all’autocritica e, talvolta, dall’ammissione di un errore alla ricerca di una spiegazione che lo renda più comprensibile. È una delle qualità del libro, ma anche la prospettiva da tenere presente: Magic è un’autobiografia, non una ricostruzione indipendente delle controversie attraversate da Ngapeth.

Cuneo, l’abbraccio di Grbic e l’italiano imparato correndo

Il capitolo su Cuneo offre alcuni dei passaggi più belli per chi ha seguito gli inizi italiani dello schiacciatore. Nel suo racconto, è Hubert Henno a insistere perché il club punti su di lui. Earvin arriva accompagnato dal padre, dopo tredici ore di automobile: durante il viaggio ascolta spiegazioni sui futuri compagni, ma l’ingresso in palestra produce comunque uno choc. Alla prima riunione si ritrova tra Nikola Grbic e Leandro Vissotto, con Henno alle spalle a tradurre. Il grande mondo del volley, improvvisamente, non è più qualcosa da osservare da lontano. 

La scena più significativa arriva però dopo una prestazione negativa. Ngapeth viene sostituito da Giuseppe Patriarca, la squadra migliora e lui resta in panchina quasi in lacrime, convinto che il salto di livello sia troppo grande. Durante un time-out, Grbic si allontana dalle indicazioni dell’allenatore e va ad abbracciarlo. Dopo la partita arriva anche il sostegno di Henno. Il futuro campione racconta così una fragilità che dall’esterno era difficile immaginare: prima di imporsi, aveva avuto paura di non essere abbastanza bravo. 

Con Grbic, inoltre, non si parla soltanto di pallavolo. In pullman Earvin gli chiede un consiglio sulla paternità, che in quel momento sente ancora lontana. La risposta del palleggiatore, racconta, lo aiuta a cambiare prospettiva e a convincersi che possa essere il momento giusto per diventare padre. Il compagno esperto diventa un riferimento anche fuori dal campo. 

C’è poi un aneddoto di tutt’altro tono, legato a Roberto Piazza. Dopo la partenza di Henno, Ngapeth deve rinunciare al proprio traduttore personale. Il nuovo allenatore pretende che in palestra si parli italiano: ogni parola o frase in un’altra lingua può costare cinque minuti aggiuntivi di corsa. Earvin racconta di essersi ritrovato, in alcune occasioni, a correre per venti minuti mentre gli altri andavano sotto la doccia. Alla fine impara. Il ricordo è sorridente, ma il riconoscimento tecnico è serio: pur descrivendo un rapporto non sempre semplice sul piano umano, colloca Piazza tra i migliori allenatori incontrati. 

Modena comincia con una firma al bar

Se Cuneo è la scoperta delle responsabilità, Modena è il luogo in cui il rapporto tra pallavolo e vita diventa quasi impossibile da separare.

Anche l’arrivo ha il ritmo di una scena da film. Dopo la rottura con Kemerovo, Ngapeth è fermo, teme per il proprio futuro sportivo e si è persino tesserato per una squadra di calcio vicino a casa. Poi arriva un messaggio dell’agente Luca Novi: si apre la possibilità di andare a Modena, ma deve essere in Italia il mattino successivo. Earvin prepara una valigia, sale sulla sua Passat e guida per tutta la notte. Alle 9.30 è davanti al PalaPanini. Il contratto viene firmato facendo colazione in un bar nei paraggi. 

«Modena mi ha cambiato la vita», scrive.

La frase non rimane uno slogan. A riempirla sono il primo allenamento con Bruno e Lorenzetti, il compleanno festeggiato subito con i nuovi compagni, la sensazione di restituire speranza al pubblico. Lorenzetti, nel ricordo di Ngapeth, non gli chiede di diventare un altro giocatore: crede che il suo modo di interpretare la pallavolo, unito alla regia di Bruno, possa cambiare la squadra. 

Il giudizio sull’allenatore è tra i più espliciti del volume: «Lo considero il miglior allenatore che abbia incontrato nella mia carriera. Tatticamente e umanamente, il più forte». Nella lettura di Earvin, il merito di Lorenzetti è anche quello di aver costruito una famiglia, trovando un equilibrio tra libertà individuale e appartenenza al gruppo. 

Accanto al tecnico c’è Catia Pedrini. Il rapporto viene descritto come quasi filiale, fatto di generosità, vicinanza, discussioni e coinvolgimento nelle battaglie della presidente. Modena emerge così non soltanto come una società per la quale giocare, ma come un ambiente capace di entrare in ogni momento della giornata. 

Il talento non basta, nemmeno quando si gioca tra amici

Il racconto modenese non è però una cartolina celebrativa. Ngapeth torna sulle feste, sugli eccessi e anche sull’incidente stradale del 2015, ricostruendo dalla propria prospettiva la fuga e il successivo senso di colpa. Non tutto viene liquidato come una ragazzata: in quelle pagine riconosce di aver preso una decisione sbagliata. È importante mantenere questa distinzione anche nella lettura: sono le sue memorie e la sua spiegazione degli eventi, non la voce di tutti coloro che ne furono coinvolti. 

L’autocritica riguarda anche il campo. Il ritorno del 2021 avrebbe dovuto ricreare la magia del primo ciclo, con Bruno, Nimir Abdel-Aziz e Yoandy Leal. Ma la somma dei talenti non produce automaticamente una squadra. Earvin ammette che il gruppo si fosse sentito troppo sicuro delle proprie possibilità e racconta la difficoltà di un palleggiatore chiamato a soddisfare più attaccanti che reclamavano tutti il pallone, lui compreso. 

Sono pagine che interessano anche oltre il personaggio: mostrano la distanza tra il piacere di stare insieme e la capacità di funzionare insieme. La prima esperienza aveva portato Ngapeth a identificare quasi completamente amicizia e successo; la seconda gli ricorda che il rendimento collettivo richiede qualcosa di più.

Il racconto ritrova una soddisfazione nella Coppa CEV del 2023, conquistata attraverso la rimonta di Roeselare e il golden set. Per Ngapeth quel trofeo dà un significato al ritorno: non cancella le delusioni, ma gli consente di sentire che la seconda parentesi modenese non è stata inutile. 

Il caffè con Lorenzetti che cambia la destinazione

Tra gli episodi italiani più interessanti c’è una conversazione apparentemente ordinaria: un caffè nella hall di un albergo a Trento, con Lorenzetti, mentre si avvicina l’anno olimpico. Nel racconto di Ngapeth è il suo ex allenatore a suggerirgli di lasciare un campionato tanto impegnativo, scegliendo una squadra competitiva ma un contesto che gli permetta di arrivare meglio a Parigi. Earvin elenca le possibilità, tra cui Ankara. Lorenzetti lo incoraggia a prendere quella strada: ritroverebbe Nimir, potrebbe continuare a inseguire trofei e avrebbe più spazio per recuperare. 

L’aneddoto acquista forza perché riguarda anche la vita fuori dalla palestra. Modena è diventata una successione di inviti, pranzi, cene, incontri con amici, tifosi e sponsor. Earvin ammette di non saper dire di no e, spesso, di non volerlo fare. Il trasferimento in Turchia viene quindi raccontato anche come il modo per ritrovare tempo con la propria famiglia e preparare con maggiore tranquillità i Giochi. 

È un passaggio che restituisce bene l’ambivalenza del suo rapporto con l’Italia: il luogo che gli ha dato moltissimo può diventare anche quello dal quale allontanarsi per proteggere ciò che resta da fare.

La valigia di Tokyo e il lavoro meno visibile

Fuori dai capitoli italiani, uno dei ricordi più sorprendenti riguarda Tokyo. Dopo la sconfitta contro l’Argentina, Ngapeth racconta di essere rientrato nella stanza del villaggio olimpico e di aver cominciato a preparare la valigia. Si sente lento, fuori condizione, convinto che l’occasione sia ormai perduta. Arriva persino a pensare di lasciare la nazionale. Il successivo confronto notturno con i compagni viene ricordato come un momento di liberazione, prima che il torneo cambi completamente direzione. 

Il racconto di Parigi offre invece un’immagine diversa del campione. Nella finale contro la Polonia, spiega, la priorità non era diventare il principale terminale offensivo, ma reggere in ricezione contro Wilfredo León. Scegliere il lavoro meno appariscente, togliersi qualcosa in attacco per dare equilibrio alla squadra: è un particolare che aiuta a guardare Ngapeth oltre le azioni spettacolari. 

Anche la musica appartiene a questa ricerca di equilibrio. Il capitolo sul rap non descrive un passatempo accessorio: scrivere e registrare gli permettono di allontanarsi dal rumore esterno. Già nei primi mesi a Cuneo, racconta, si era messo alla ricerca di uno studio. La necessità di creare qualcosa fuori dal volley accompagna dunque la carriera fin dall’inizio dell’esperienza italiana. 

Una recensione, oltre il personaggio

Il pregio maggiore di Magic è la possibilità di osservare da dentro momenti che gli appassionati hanno conosciuto attraverso risultati, immagini e polemiche. I personaggi del volley italiano diventano interlocutori quotidiani: Nikola Grbic che consola, Piazza che impone una lingua comune, Lorenzetti che comprende quando dare libertà e quando suggerire un distacco.

Il limite coincide, almeno in parte, con questa vicinanza. La voce di Ngapeth domina tutto: interpreta le intenzioni altrui, distribuisce riconoscimenti e responsabilità, alterna ammissioni sincere a spiegazioni che il lettore può trovare più o meno convincenti. Non occorre accettare ogni suo giudizio per apprezzare il libro.

È soprattutto quando abbandona la necessità di dimostrare qualcosa che il racconto lascia il segno. Il giovane che teme di non essere all’altezza a Cuneo. Il campione che fa la valigia a Tokyo. Il vincitore dello scudetto che piange perché quella squadra sta per finire.

Per il pubblico italiano, sono queste le pagine che rendono Magic più di un’altra autobiografia di un fuoriclasse. Non spiegano soltanto che cosa Ngapeth abbia vinto in Italia. Raccontano quanto l’Italia sia entrata nel suo modo di giocare, di legarsi alle persone e di vivere le vittorie.

Il libro
Magic, autobiografia di Earvin Ngapeth con Guillaume Degoulet. Hugo Sport, 2026. Edizione in lingua francese. ISBN 9791042901448. 


Fonte: https://www.volleyball.it/links/rss/argomenti/volleyballit/rss.xml

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