L’australiano Chris O’Connell è uno dei tantissimi tennisti “rotti”, attualmente fermo per recuperare da un infortunio causato non da un evento traumatico ma delle forti sollecitazioni a cui sono sottoposti i tennisti professionisti. Il 32enne di Sydney tuttavia è restio ad aggiungere la propria voce al coro sempre più numeroso di giocatori che criticano il calendario del circuito, sottolineando piuttosto che per i giocatori che riescono a superare più turni nei Masters 1000 “allungati” diventa difficile prendersi il tempo per sostanziosi blocchi di allenamento fuori dai tornei, quelli più importanti per forgiare il fisico alla durezza della competizione attuale, e questo può spiegare i troppi infortuni insieme al problema della palle, a suo dire reale e grave.
“Sono una persona che tende a non lasciarsi troppo coinvolgere e, diciamo, a non esprimere apertamente la propria opinione su argomenti di questo tipo, perché alla fine amo giocare a tennis”, ha dichiarato O’Connell in una recente intervista al media australiano The First Serve. Lo scorso agosto la Professional Tennis Players Association (PTPA) ha alimentato ulteriormente il dibattito, pubblicando un’analisi di oltre 30.000 partite dalla quale è emerso che gli infortuni alla parte superiore del corpo sono aumentati del 42%. Gli infortuni al braccio, invece, hanno fatto registrare un incremento del 112% rispetto alla media del 2025. Si tratta di dati preoccupanti, che tuttavia non dimostrano che la responsabilità sia da attribuire esclusivamente al calendario. Secondo la PTPA, la riduzione dei tempi di recupero contribuisce al problema, ma anche l’evoluzione fisica del gioco potrebbe avere un ruolo significativo. Per O’Connell, la questione è più sfaccettata.
“Non credo che il problema principale sia l’estensione del calendario”, afferma l’australiano, “Ma, voglio dire, il tennis è anche questo. E quando ho tante opportunità di giocare, sono contento”. O’Connell comprende, però, perché i giocatori che raggiungono regolarmente le fasi finali dei tornei più importanti possano avere un’opinione diversa. Al Cincinnati Open, dove si è spinto fino agli ottavi di finale, ha sentito sulla propria pelle che il formato allungato del torneo comportava una difficoltà inaspettata: capire come gestire le giornate senza partite. Confrontandosi con il proprio preparatore atletico, ha faticato a trovare il giusto equilibrio tra il mantenimento della condizione fisica e la necessità di preservare le energie. “In quelle situazioni non vuoi allenarti troppo duramente in palestra. E non vuoi nemmeno trascorrere troppo tempo in campo”, ha spiegato.
Dall’esterno, quelle giornate più tranquille potrebbero sembrare occasioni ideali per recuperare. O’Connell fa però notare che periodi prolungati di partite possono ridurre le opportunità di sviluppare la forza fisica e lavorare sul proprio tennis con la stessa intensità di una normale fase di allenamento. “Nel corso della settimana, perdi gradualmente una parte della forza che hai costruito durante i blocchi di preparazione atletica e le sessioni individuali in campo, semplicemente perché giochi partite su partite”. Secondo il tennista di Sydney, è proprio questo il cuore della questione, dove le difficoltà diventano più evidenti per chi arriva fino in fondo ai tornei. Più a lungo si rimane in gara, più diventa importante gestire il carico fisico senza compromettere la preparazione.
O’Connell ritiene che il tennis stia diventando sempre più fisico e richiama l’attenzione sull’interazione tra le condizioni di gioco e le palle utilizzate nei tornei. Campi più lenti e palle che tendono a perdere tono, diventare grandi e pesanti da spingere influiscono in modo importante nel generare scambi più lunghi ed estenuanti, aumentando le sollecitazioni sulle braccia dei giocatori. “Quando le palle si infeltriscono, il braccio è sottoposto a uno stress maggiore” afferma l’australiano. “Ho apprezzato le condizioni più rapide della recente tournée nordamericana sul cemento, mentre Indian Wells e Miami sono tornei più impegnativi a causa delle condizioni di gioco più lente e pesanti”.
Secondo O’Connell, la combinazione di questi fattori, insieme al formato dei Masters 1000 distribuiti su 12 giorni e alle difficoltà legate ai viaggi internazionali, potrebbe contribuire ai problemi fisici che stanno suscitando preoccupazione in tutto il circuito. Da australiano, deve inoltre affrontare l’ulteriore difficoltà degli spostamenti tra continenti, dell’adattamento ai diversi fusi orari e dei disturbi del sonno. “Cambiare continuamente fuso orario e dormire male fa parte delle difficoltà” conclude Chris.
Marco Mazzoni
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