Quanto può diventare forte un giovane tennista? Dopo oltre trent’anni trascorsi ad allenare nel circuito, Vedran Martic continua a considerarla una domanda senza una risposta semplice. Il tecnico croato, oggi al fianco di Karen Khachanov, ha lavorato con generazioni di giocatori e conosce bene la distanza che separa il talento dalle vittorie.
Per spiegarlo, parte da un ricordo che coinvolge alcuni dei protagonisti del tennis degli ultimi anni: “Ho frequentato spesso la generazione di Medvedev, Karen e Rublev. A volte il padre di Medvedev mi chiedeva: ‘Vedran, credi che possano diventare così forti?’. Nel tennis è una domanda molto, molto difficile, perché alcune cose rimangono nascoste: come un giocatore si comporta sotto pressione, come affronta i punti importanti, come si svilupperà e quali compagni sceglierà per allenarsi”.
Il potenziale, insomma, non si misura soltanto osservando i colpi. La capacità di prendere decisioni nei momenti delicati e le abitudini costruite ogni giorno possono cambiare profondamente il percorso di un atleta.
La formazione di Martic come allenatore passa soprattutto attraverso Goran Ivanisevic. Dopo nove anni di lavoro in Germania e varie esperienze nel circuito, nel 1996 iniziò a seguire il connazionale a tempo pieno. Una collaborazione durata quattro anni e mezzo, con la finale di Wimbledon del 1998 come momento più significativo.
“Arrivare in finale in un torneo del genere fu un’esperienza incredibile. Il primo giorno di uno Slam ci sono tantissimi giocatori. Poi arrivi all’ultima giornata e ne rimangono soltanto due”, ricorda.
Anche alla vigilia di quella sfida, Ivanisevic rimase fedele alle proprie abitudini: “Chiedemmo di aprire Aorangi per il riscaldamento, perché a Goran piaceva così. Era superstizioso: voleva scaldarsi sempre sullo stesso campo, usare la stessa doccia… In finale Sampras fu un po’ più bravo, oppure un po’ più fresco”.
Martic non era invece nel suo angolo quando Ivanisevic conquistò Wimbledon nel 2001: era tornato a Spalato per crescere la famiglia e gestire una piccola accademia.
Un ruolo decisivo nella sua crescita professionale lo ebbe Bob Brett, che Martic aveva affiancato durante il precedente lavoro con Ivanisevic: “Ho imparato quasi tutto da lui. Per me è stato il miglior allenatore che abbia conosciuto. Osservavo come preparava tatticamente le partite: aveva grandi conoscenze sulla preparazione fisica, tecnica e tattica. Era un allenatore davvero completo”.
Quelle lezioni lo accompagnarono nel lavoro con i giovani a Spalato, dove seguì anche Petra Martic da adolescente, e nelle successive esperienze con Marin Cilic e da capitano della Croazia in Coppa Davis.
Khachanov arrivò a Spalato quando aveva circa sedici anni. Il primo periodo insieme durò meno di due stagioni, ma il rapporto continuò anche dopo la separazione professionale. Quando tornarono a collaborare nel 2018, Karen era numero 47 del mondo.
La ricetta del tecnico non è cambiata: “Il giocatore deve migliorare in ogni aspetto: tecnico, tattico e fisico. Ogni atleta è diverso e l’allenatore deve adattarsi, capire quali siano i suoi punti di forza e le sue debolezze. Bisogna migliorare i punti deboli, ma allo stesso tempo rendere quelli forti il più efficaci possibile”.
Alla fine di quella stagione arrivò il trionfo di Parigi-Bercy, costruito battendo consecutivamente quattro Top 10: John Isner, Alexander Zverev, Dominic Thiem e Novak Djokovic. Khachanov chiuse l’anno da numero 11.
“Passare dal numero 47 all’11 e concludere vincendo Parigi fu qualcosa di enorme. Fu un’esperienza davvero incredibile”, racconta Martic.
Oggi i due sono nuovamente insieme, in una stagione nella quale il russo ha raggiunto agli US Open la terza semifinale Slam della carriera. Ma il legame va oltre i risultati: “Abbiamo sempre avuto un grande rapporto. Anche quando non lavoravamo insieme, ci sentivamo al telefono e ci incontravamo. Non faceva differenza”.
Poi la frase che racconta meglio di qualsiasi analisi tecnica la loro storia: “Karen è un po’ come il mio quarto figlio. Fa parte della famiglia”.
Francesco Paolo Villarico
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