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Djokovic torna a Parigi: «La priorità è stare bene. I problemi fisici non dipendono dalla preparazione»


Novak Djokovic torna al Rolex Paris Masters con sensazioni migliori e un obiettivo preciso: ritrovare continuità nel benessere fisico, prima ancora che nei risultati. Gli Slam restano il riferimento principale, ma il serbo spiega che negli ultimi dodici mesi il problema è stato soprattutto riuscire a stare bene in campo. Una difficoltà che, tiene a precisare, non ha nulla a che vedere con la quantità di allenamento o con la preparazione. Nella conferenza stampa di Parigi c’è spazio anche per la Serbia e per il rapporto con il proprio Paese. Djokovic distingue nettamente il legame con il suo popolo da quello con il governo, prima di soffermarsi sulle pratiche che accompagnano da anni la sua carriera: yoga, meditazione e respirazione consapevole.

La prima domanda riguarda proprio la Serbia. Un giornalista, reduce da un viaggio nel Paese, gli riferisce le parole di alcune persone convinte che sia stato trattato ingiustamente da figure ai vertici, attraverso critiche e tentativi di screditarlo. Djokovic sceglie di non ripercorrere gli episodi. «Non discuterò né commenterò il passato. Il passato è passato. Spero che questo sia un nuovo inizio per il Paese».

Poi chiarisce che cosa significhi, per lui, rappresentare la Serbia. «Sì, sono patriottico, ma ho sempre rappresentato il mio popolo, non il governo. C’è una grande differenza. Sono contento di questi cambiamenti e spero che in futuro le cose vadano bene e che il nostro Paese possa prosperare».

Il discorso torna al tennis e alle motivazioni. Gli viene fatto notare che, dopo due anni nei quali gli Slam sembravano essere la sua principale ragione per continuare, dagli US Open in avanti è apparso più presente e coinvolto anche negli altri appuntamenti del circuito. Djokovic conferma la centralità dei quattro grandi tornei, senza però considerare secondario tutto ciò che viene intorno. «Gli Slam restano naturalmente i tornei più importanti che abbiamo. Per me, e credo per il 99% dei giocatori, sono i pilastri storici del nostro sport: è lì che vuoi giocare il tuo miglior tennis e scrivere il tuo nome nei libri di storia del tennis. Voglio ancora fare del mio meglio negli Slam, ma naturalmente vorrei giocare bene anche negli altri tornei».

La spiegazione del suo rendimento passa però soprattutto dalle condizioni fisiche. Djokovic racconta una stagione nella quale la ricerca del risultato ha dovuto fare i conti con difficoltà persistenti. «Quest’anno l’attenzione si è spostata sullo stare bene in campo, più che sul giocare bene, a essere sincero. Nella maggior parte dei tornei che ho disputato, e non ne ho giocati molti, ho avuto grandi difficoltà sul piano della salute. Fisicamente ho fatto davvero molta fatica».

È su questo punto che il serbo interviene con maggiore decisione, respingendo le interpretazioni di chi attribuisce i problemi a un lavoro insufficiente. «Non aveva nulla a che vedere con la mia preparazione o con il fatto che mi allenassi abbastanza. Vedo che ci sono molte persone a cui piace esprimere il proprio parere da esperti, pensando di sapere esattamente che cosa mi stia succedendo, ma non lo sanno».

Djokovic non entra nel dettaglio dei problemi, ma lascia intendere che il lavoro per risolverli stia dando indicazioni incoraggianti. E il miglioramento fisico, spiega, si riflette immediatamente anche sul piacere di competere. «Ogni volta che mi sono sentito meglio in campo, e ultimamente è stato così, il mio livello di gioco è subito salito. Ci stiamo davvero avvicinando a risolvere quello che ho attraversato negli ultimi dodici mesi. Mi diverto di più in campo, le sensazioni sono ottime e gioco meglio».

Pechino e Basilea sono i riferimenti più recenti di questa ripresa. Due settimane dalle quali Djokovic ha ricavato fiducia, pur con il rammarico per una sconfitta arrivata al termine di una partita equilibrata in Svizzera. «Pechino è stata la settimana migliore dell’anno, a parte l’Australia, e penso di aver giocato piuttosto bene anche a Basilea. Naturalmente è stata una partita combattuta da perdere, ma sto cercando di godermi queste ultime due settimane della stagione e, soprattutto, come ho detto, di sentirmi meglio in campo. Poi arriverà anche il rendimento. Dopo vedremo».

L’ultima parte della conferenza riguarda il rapporto tra corpo e mente. Nel corso della carriera Djokovic ha parlato spesso di yoga, meditazione e respirazione consapevole. Gli viene chiesto se, passando dalla fine dei vent’anni alla fine dei trenta, il peso di queste pratiche si sia spostato maggiormente sull’aspetto fisico oppure su quello mentale. «Si è sempre trattato della connessione tra corpo e mente. Non c’è mai stata maggiore o minore attenzione per uno dei due aspetti».

Una ricerca iniziata presto, anche se lontana dalle abitudini più diffuse nel contesto in cui è cresciuto. «Vengo da una parte del mondo in cui lo yoga e la meditazione non sono pratiche particolarmente diffuse, ma ho sempre avuto una mentalità molto aperta e la volontà di imparare e capire come migliorare il modo in cui mi sento, mi alleno e recupero».

La respirazione, in particolare, è rimasta un elemento costante. «La respirazione consapevole è sempre stata un punto centrale della mia pratica, fin da quando ero molto giovane. Ho avuto la fortuna di incontrare, all’inizio della carriera, alcune persone che mi hanno indicato l’importanza di prendermi cura di me stesso in maniera olistica».

Un percorso che Djokovic ha adattato nel tempo alle proprie esigenze e che continua ad accompagnarlo. «Pratico ancora molte di queste cose. Ho sviluppato delle mie routine e abitudini che mi aiutano a sentirmi meglio e a ottimizzare la mia salute».

Dal nostro inviato a Parigi, Enrico Milani


Fonte: http://feed.livetennis.it/livetennis/

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