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Djokovic dopo il titolo a Pechino: “Posso ancora giocare ai massimi livelli. La determinazione si costruisce quando nessuno ti guarda”


Novak Djokovic ritrova a Pechino un titolo e una conferma che cercava da mesi. Dopo aver conquistato il settimo China Open, con il ritiro di Alex de Minaur sul punteggio di 7-6, 0-1, il serbo ha raccontato in conferenza stampa il significato della settimana cinese: una risposta alle difficoltà fisiche della stagione, una nuova spinta di fiducia e la dimostrazione di poter ancora competere con i migliori.
“Sono molto orgoglioso di quello che ho ottenuto qui. È arrivato nel momento migliore possibile: mi dà fiducia e dimostra che posso ancora giocare ai massimi livelli”, ha dichiarato Djokovic. “Battere tre giocatori della top 10 in tre giorni consecutivi è un grande risultato. Sono pieno di gioia”.

“La tournée americana è stata terribile sul piano fisico”
Djokovic aveva scelto di arrivare con largo anticipo per preparare il ritorno in un torneo che non disputava da undici anni.
“Sono arrivato di sabato, più di dieci giorni fa. Volevo davvero mettermi nelle condizioni giuste e prepararmi nel miglior modo possibile per vivere la settimana che, fortunatamente, ho vissuto. Volevo continuare la mia serie di vittorie”.
L’ambizione era alta, ma accompagnata da interrogativi sulle condizioni fisiche.
“Pechino è sempre stato il mio posto felice e continua a esserlo. Ho sempre grandi aspettative, soprattutto in un luogo dove non avevo mai perso. Ma ho vissuto un anno pieno di difficoltà e sfide, con pochi grandi risultati dopo la finale degli Australian Open”.
“Non sapevo come mi sarei sentito, perché la tournée americana era stata terribile per le sensazioni in campo, la salute e le condizioni fisiche. Devo dire che anche in alcune partite qui ho sofferto. Sono però riuscito a resistere, a trovare risorse dentro di me e a ribaltare alcuni incontri”.

La rimonta contro Zverev e una determinazione costruita lontano dai riflettori
Una domanda ha riportato Djokovic al momento delicato dei quarti contro Alexander Zverev: sotto di un set, sul 4-4 nel secondo, il serbo aveva annullato una palla break prima di completare la rimonta. Come riesce, dopo oltre vent’anni, a conservare la stessa capacità di lottare?
“La determinazione non è qualcosa con cui nasci. È qualcosa che devi costruire e sviluppare. Si sviluppa nelle settimane e nei giorni in cui nessuno ti guarda”, ha risposto.

Per Djokovic, quella tenuta nasce da un impegno che riguarda tutta la vita del giocatore.
“Uno sport individuale come il tennis richiede dedizione e impegno al cento per cento, non soltanto nell’allenamento, ma nell’intero stile di vita. Se un giorno non ti senti bene, sei fuori. Non puoi sederti in panchina e aspettare che qualcuno entri al tuo posto”.
“È anche uno sport piuttosto crudele, perché si gioca a eliminazione diretta. Puoi aver dormito male, aver avuto un’intossicazione alimentare o qualsiasi altro problema: perdi al primo turno e sei fuori. Ma è anche questo a rendere il tennis così impegnativo e speciale”.

“In campo mi spingo fino al limite”
La risposta del serbo torna poi al suo modo di affrontare la competizione.
“La determinazione, la dedizione e quello spirito di non arrendersi mai sono sempre con me. Quando sono in campo, indipendentemente da chi ci sia dall’altra parte della rete, non regalo nulla. Mi spingo davvero fino al limite, soprattutto nelle finali dei grandi tornei davanti a uno stadio pieno”.
Essere Djokovic significa anche convivere con aspettative particolari: “La gente si aspetta che tu sia al meglio. Questo aggiunge responsabilità. È una motivazione, ma quando non stai bene può diventare anche un peso”.
Il serbo ha collegato questa responsabilità al rapporto con gli spettatori, ricordando una riflessione di Kobe Bryant.
“Ci sono persone che attraversano tutta la Cina o tutto il mondo per vederti, magari una sola volta nella vita. Kobe Bryant diceva che voleva sempre giocare, perché poteva esserci un tifoso che aveva quell’unica occasione di vederlo”.
“Non giochi soltanto per te stesso: giochi per le persone e per lo sport”.

Il pubblico cinese: “Mi fanno sentire a casa”
Il legame con Pechino resta uno dei temi centrali della sua conferenza. Djokovic ha ringraziato i tifosi per l’accoglienza, gli stadi pieni e il tempo dedicato ad aspettarlo fuori dall’albergo e dal circolo.
“Fuori dalla Serbia, il sostegno migliore che ricevo è qui in Cina, questo è certo. Non mi aspettavo lo stadio pieno a ogni partita, fin dal primo turno, e tutta questa gioia per la mia presenza”.
“Cerco di ricordarmi sempre quanto sia speciale e quanto sia un privilegio. Questo spiega anche perché gioco bene qui: le persone mi fanno sentire cinese, come se giocassi a casa. Mi manca soltanto imparare la lingua e ottenere il passaporto”, ha aggiunto sorridendo.
Durante il soggiorno, Djokovic ha trovato spazio anche per una passeggiata quotidiana al Palazzo d’Estate, vicino al suo albergo.
“Ci sono andato ogni giorno, non scherzo. Metto cappello e occhiali, cammino o corro ed esploro la natura. Stare tra gli alberi mi aiuta a cominciare bene la giornata”.

Il futuro: “Tornerò a Pechino, ma non so ancora in quale ruolo”
Sulla possibilità di difendere il titolo tra un anno, Djokovic ha lasciato aperta la porta senza prendere impegni.
“Tornerò sicuramente a Pechino. In quale ruolo e in che modo, però, non lo so ancora”.
“Non faccio programmi così lontani in questo momento. Seguo soprattutto come mi sento, quanto bene gioco e quanto velocemente recupero. Il calendario cambia parecchio, non è più definito come lo è stato per vent’anni”.
Il desiderio di tornare da giocatore rimane: “Mi piacerebbe disputare un torneo, ma oggi un anno è un periodo molto lungo per capire il mio programma”.

Poi un ultimo pensiero alla serie perfetta conservata nella capitale cinese: “Mi piacerebbe anche che questa striscia senza sconfitte rimanesse tale. Sarebbe bello”.

Marco Rossi


Fonte: http://feed.livetennis.it/livetennis/

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