Marco ha perso la voce fin da sabato. La vittoria di domenica a Monza è stato il colpo di grazia per le sue corde vocali, l’apoteosi delle emozioni. Fino alle lacrime. E dire che papà Antonelli di motori ne bazzica da sempre. Prima come pilota nell’endurance, poi manager con un suo team, ora come uomo fiducia del nuovo fenomeno della Formula 1. Kimi per lui, Andrea per mamma Veronica. Che ce lo raccontano. A loro modo. Marco, da papà che significa una giornata come Monza e vedere il popolo rosso in delirio e cantare per Kimi? «Tanto. Alla fine la Ferrari è sempre la Ferrari e siamo italiani, quindi se la Ferrari va bene ci fa molto piacere. Ma è bello vedere che venga riconosciuto quello che di speciale sta facendo un pilota italiano, anche se veste un’altra casacca. Siamo contenti che il popolo italiano tenga Kimi nel cuore insieme alla Ferrari, senza cambiare colore del proprio tifo. Kimi piace perché tanti ragazzi lo vedono un po’ come loro, giovane». E iniziano a sognare di vederlo in rosso… «Mercedes è casa sua e ha una grande macchina. Magari in futuro anche la Ferrari ne avrà una, come è stato in passato. Nessun pilota può vincere senza una grande macchina».
“Vittoria a Monza? La sera prima…”
Kimi piace anche perché è davvero vicino a tutti. A Monza ha voluto con lui i ragazzi autistici di PizzAut. «Fa parte del suo e del nostro modo di essere. Penso che sia normale impegnarsi per chi non ha nostra fortuna. Siamo travolti da quello che sta succedendo, ma presto faremo qualcosa di importante per chi ha bisogno. Ci stiamo pensando. Di sicuro la gestiremo noi in prima persona, per essere sicuri che quello che diamo arrivi a chi vogliamo». Quando ha capito che suo figlio poteva vincere pure partendo 19°? «La sera prima ho cominciato a capire che poteva fare qualcosa di speciale. Lo vedevo sorridere, tranquillo. Cenare e poi giocare a briscola con Bezzecchi, ovviamente vincendo insieme. A tavola eravamo tredici». Tredici? (sorride) «Sì, siamo scaramantici ma su altre cose». Quindi ve lo aspettavate… «Che vincesse no, che facesse una grande gara sì. Quella che ha fatto però è stata oltre, incredibile. L’ha gestita in modo perfetto. Sono orgoglioso della calma che riesce ad avere, della capacità di capire quando è il momento di attaccare e di effettuare i sorpassi in fretta».
“Importante restare con i piedi per terra”
È la vittoria che l’ha colpita di più? «La prima, in Cina, è sempre bella. Monaco è indimenticabile. Questa è storica». E l’ha mandato in fuga nel Mondiale. «Ora è importante restare con i piedi per terra. La realtà non deve mai scapparti di mano, perché per ottenere risultati non devi mai fermarti e adagiarti sugli allori». Si ricorda la prima volta che l’ha portato a Monza? «Forse aveva un anno, massimo due. Kimi è sempre stato in autodromo, di fatto è nato in autodromo. Ricordo che era nella pancia di sua mamma ed eravamo a Magny Cours per una gara del Mondiale Turismo con il nostro team. Ha sentito il rombo del motore e ha cominciato a scalciare». Kimi sottolinea sempre l’importanza di averla a fianco: quanto del suo dna gli ha trasmesso? «Questo non lo so. Sicuramente lui è più bravo di me. Io aveva del potenziale, lui l’ha dimostrato e sta facendo cose incredibili. Di sicuro nel suo dna non c’è quello di andare in pista per fare un risultato qualsiasi. E non è neppure nel mio. Tutti parlano della pressione come un problema, ma se non ce l’hai non puoi andare forte. In macchina bisogna avere la voglia di fare bene e di mettersi in gioco». Pensieri travolti dall’emozione sotto il podio… «Già, tanto. Fino alla lacrime. Ma chi, con una vittoria del genere e di fronte a un pubblico del genere, non piangerebbe?». E sua moglie? «Anche lei cantava e ballava. Ma visto farlo, non con me».
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