in

Raul Gardini e il sogno, tutto italiano, dell’America’s Cup


L’ America’s Cup è molto più di una regata o di un trofeo antichissimo. È un laboratorio di idee, passioni, mezzi, tecnologia, una sfida tra visioni imprenditoriali e un palco dove armatori, finanzieri, velisti e grandi tycoon hanno costruito alcune delle pagine più affascinanti dello sport mondiale. Dall’invito della Regina Vittoria intorno all’isola di Wight alla lunga egemonia del New York Yacht Club, a sfidanti leggendari come Sir Thomas Lipton, fino ai rivoluzionari australiani di Alan Bond, ai miliardari americani come Bill Koch e Larry Ellison, o europei come Ernesto Bertarelli, la Coppa è sempre stata il terreno d’incontro fra capitali, innovazione e talento.

Accanto ai grandi armatori sono emersi progettisti come Bruce Farr e German Frers, skipper del calibro di Dennis Conner, Russell Coutts e Paul Cayard, oltre a sponsor che hanno trasformato la competizione in un evento globale. L’Italia è entrata in questo scenario nel 1983 con Azzurra, promossa a sua volta da personaggi come Gianni Agnelli, Luca Cordero di Montezemolo, Cino Ricci, Mauro Pelaschier, e ha scritto una delle sue pagine più memorabili nel 1992 grazie a un imprenditore capace di trasformare un sogno personale in una sfida nazionale: Raul Gardini.

IL MORO DI VENEZIA

Per Gardini la vela non era un semplice passatempo d’élite. Era un banco di prova dove misurare organizzazione, ricerca tecnologica e capacità di leadership. L’imprenditore ravennate, protagonista dell’espansione della Ferruzzi-Montedison, intuì che la nuova classe IACC, introdotta nel 1992, avrebbe ridotto il vantaggio storico degli americani e aperto una finestra di opportunità per chi fosse disposto a investire senza compromessi.

Nacque così il progetto Il Moro di Venezia, un programma senza precedenti per la vela italiana. Gardini non badò ai costi: fece costruire cinque imbarcazioni, affidò la progettazione all’argentino German Frers, scelse un giovanissimo Paul Cayard come skipper e mise insieme un gruppo internazionale di progettisti, tecnici e velisti destinato a lavorare come una vera squadra di Formula 1 del mare. L’obiettivo non era partecipare, ma vincere. Anche la comunicazione fu parte integrante del progetto. Il varo del primo Moro, nel marzo 1990, divenne uno spettacolo senza precedenti, orchestrato da Franco Zeffirelli tra le acque della laguna veneziana. L’immagine della barca rossa accompagnata dalle gondole fece il giro del mondo e contribuì a trasformare la campagna italiana in un fenomeno mediatico, ben oltre gli appassionati di vela.

IDEA VINCENTE

Ma dietro l’impatto scenografico c’era soprattutto un metodo. Gardini pretendeva che ogni scelta fosse validata dai dati raccolti durante le prove in mare. Le diverse imbarcazioni servivano a confrontare configurazioni di scafi, chiglie, appendici e vele, in una ricerca continua della soluzione più veloce. Era un approccio quasi industriale alla competizione, fondato sulla sperimentazione sistematica e sulla capacità di mettere la tecnologia al servizio delle prestazioni.

La consacrazione arrivò a San Diego nel 1992. Dopo una durissima Louis Vuitton Cup, il Moro di Venezia si trovò sotto nella finale contro Team New Zealand. La celebre protesta italiana sulla regolarità del bompresso utilizzato dai neozelandesi modificò l’inerzia della sfida, ma da sola non sarebbe bastata. Cayard e il suo equipaggio completarono una straordinaria rimonta, imponendosi 5-3 e conquistando il diritto di affrontare il defender americano America³ di Bill Koch. Per la prima volta nella storia una barca europea raggiungeva il Match finale dell’America’s Cup.

EREDITÀ

Nella sfida conclusiva il sogno si fermò sul 4-1 in favore dei detentori americani, la cui barca sorprendentemente risultò più veloce. Eppure quella sconfitta non cancellò il significato dell’impresa, il Moro aveva dimostrato che anche un sindacato europeo poteva rompere il monopolio tecnico e sportivo degli Stati Uniti, aprendo una stagione nuova nella storia della Coppa. Cinque anni dopo, Patrizio Bertelli patron di Prada lanciò la prima Luna Rossa. L’eredità di Raul Gardini va oltre il risultato sportivo. La sua capacità di unire visione imprenditoriale, innovazione tecnologica e forza comunicativa cambiò il modo di interpretare la partecipazione italiana all’America’s Cup. Attorno al Moro di Venezia nacque un entusiasmo popolare che la vela italiana non aveva mai conosciuto, alimentato dalle dirette televisive e dall’identificazione del pubblico con una sfida percepita come nazionale. A oltre trent’anni di distanza, il Moro di Venezia continua a rappresentare un simbolo della nostra vela e un pezzo di storia italiana nella più antica competizione sportiva del mondo,


Fonte: http://www.tuttosport.com/rss/motori

Tagcloud:

Buona Virtus a Rieti: batte di misura la Sebastiani

A Napoli innizia una nuova era