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La luce del basket tra le cupe vampe


La guerra civile jugoslava ha provocato centoquarantamila vittime. Non esiste un dato unico ufficiale, ovviamente, ma le stime elaborate dal Centro internazionale per la giustizia transizionale e il Centro per il diritto umanitario valutano tra i 137.212 e i 142.326 morti. Cifre impressionanti che troppo spesso vengono dimenticate, un po’ per superficialità, un po’ perché, purtroppo, i conflitti bellici sono tornati pesantemente nella nostra quotidianità. Ma la conservazione della memoria è fondamentale e preziosa e tante sono le storie che ci possono aiutare, anche quelle all’apparenza meno significative. Gianni Galleri è uno dei più profondi esperti di storia dello sport nell’ex Jugoslavia: una conoscenza che ha acquisito percorrendo centinaia e centinaia di chilometri lungo le strade di un paese che si è dissolto in un arco temporale durato una decina di anni ma che ancora oggi ne vive le conseguenze.

“La finale di Sarajevo”

Per il suo nuovo libro, “La finale di Sarajevo” (192 pagine, 18 euro), pubblicato da Bottega Errante – casa editrice che non soffre l’ansia di invadere le librerie con nuove pubblicazioni regalando tuttavia non pochi gioielli –, Galleri è andato a riscoprire una storia quasi dimenticata, quella del primo campionato bosniaco di basket, le cui finali si disputarono nel maggio del 1994 tra le cupe vampe (per citare i versi perfetti di Giovanni Lindo Ferretti e dei Csi) del terribile assedio di una delle principali città martiri del conflitto. Nell’introduzione, Galleri racconta di essersi imbattuto per caso nel commento di un articolo pubblicato dalla pagina Facebook “La giornata tipo”, che chi ama la pallacanestro ben conosce. L’autore era Dragan Zec, figlio di uno dei protagonisti del torneo vinto dallo Sloboda-Dita Tuzla, che a Sarajevo arrivò al termine di un viaggio durato due giorni (le due città sono separate da 150 chilometri…) nel quale utilizzò l’elicottero per poi passare attraverso il tunnel sotto l’aeroporto di Sarajevo: «Immaginate una squadra di basket che deve attraversare un tunnel di 1,60 di altezza e meno di un metro di larghezza con una lunghezza complessiva di 800 metri».

La sfida più interessante

A Tuzla il basket rappresentò il simbolo della normalità in quei tempi dolorosi fatti di bombardamenti, fame, paura ma anche di gioia. Qui, scrive Galleri, «lo Sloboda è patrimonio di tutti. Ci potranno essere presidenti, investitori, dirigenti, ma la squadra chiamata “Libertà” appartiene alla sua gente. E viceversa, grazie al cielo». Anche per questa ragione vincere il campionato – alle cui finali parteciparono anche il Ćeskopromex 93 Sarajevo e il Metalno Zenica – assunse un significato speciale, un significato che andò ben al di là del valore sportivo. Non è opportuno scendere nei dettagli di un libro che emoziona a ogni pagina, inducendo il lettore a immedesimarsi, come sottolinea Galleri, in quegli uomini e quelle donne che «stavano per essere travolti dalla Storia. Provare a raccontare il loro punto di vista, fatto di incertezze, errori e slanci talvolta generosi, talvolta ingenui, è stata la sfida più interessante».


Fonte: http://www.tuttosport.com/rss/basket

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