“La foto di me sulle spalle di Max e Lewis la incornicerò e la appenderò in modo da vederla bene ogni volta che entrerò in casa. È semplicemente un momento incredibile. Vedere così tanto rispetto da parte di due piloti straordinari che hanno fatto la storia di questo sport è davvero speciale”. La consapevolezza di cosa Kimi Antonelli ha combinato, della direzione che ha dato alla storia della Formula 1 e dello sport, che ora ha i modi di questo ventenne che sa essere spietato senza essere spietato, anzi, come dice Toto Wolff mandando in soffitta il modello del pilota egoista e spietato arriva qualche ora dopo le lacrime. Dopo quell’ultimo giro lentissimo “perché piangevo così tanto che non riuscivo a vedere le macchine davanti a me, la pista”. Kimi la assapora, godendo intimamente, seduto sull’asfalto tra i coriandoli verdi nello stadio ormai quasi buio del circuito di Città del Messico intitolato ai fratelli Rodriguez. Le tribune e la pista, prima brulicanti di gente urlante ancor più che a Monza, sono vuote. Ci sono solo lui e il cartello “World Champion 2026” che abbraccia. “Sì, mi sto rendendo conto piano piano di quello che ho fatto – racconta il teenager che ha riportato l’Italia sul tetto del mondo dei motori 73 anni dopo Ascari -. Credo che dopo il Brasile, quando tornerò a casa, realizzerò davvero quello che è successo”. Campione del mondo, Kimi. Ecco cos’è successo. “Ero tra quei bambini che sognavano di raggiungere questo traguardo e ci ho lavorato così duramente. E ora finalmente ci sono riuscito… Sì, è davvero speciale – sorride -. Solo ora affiorano tutte le emozioni, la gioia di poter condividere questo momento con tutta la mia famiglia, con la mia squadra e con tutti i miei amici. Sono felicissimo e grato per quello che è appena successo, e per tutto il supporto che ho ricevuto non solo quest’anno, ma fin da quando sono entrato a far parte della Mercedes. Quindi cercherò di godermela fino in fondo e di godermi il resto della stagione, perché abbiamo ancora qualche gara da disputare e vogliamo finire in bellezza. Poi, ovviamente, ci sarà un nuovo punto da cui ripartire, per continuare a crescere e migliorare”. Niente, è più forte di lui: deve guardare avanti, oltre. Ci pensano i giornalisti a riportarlo indietro. Anche prima del presente, della corona definitiva su una stagione monumentale. La sua seconda in Formula 1. Con quattro gare d’anticipo. Gli chiedono quale sia stato il momento chiave. “Penso sia davvero difficile sceglierne uno solo – la risposta -. La chiave principale è stata la continuità che abbiamo mantenuto durante tutto l’anno. Anche quando le cose si mettevano male, siamo sempre riusciti a portare a casa un risultato decoroso e a limitare i danni. Essere sempre lì. E poi c’è stato il fatto di godersi ogni singolo fine settimana, affrontandolo con passione, amore per lo sport e cercando di apprezzare ogni momento”.
“In Mercedes sono cresciuto in fretta”
Poi riavvolge le pagine, i 19 gran premi corsi. E afferma: “È difficile da dire quale sia stata la mia gara migliore. Tutte hanno avuto qualcosa di unico. Penso naturalmente alla Cina, speciale (perché la prima vittoria in F1, ndr). E a Monza, la gara di casa: davvero speciale. Partivo dal fondo della griglia e sapevo che sarebbe stata una gara cruciale. Mi ero già preparato all’idea di perdere punti, invece ho vinto. È stato importantissimo soprattutto a livello psicologico. Da quel momento mi sono detto: adesso bisogna andare a vincere il Mondiale, non si può fare altro. Ma considero unica Spa. Vincere proprio sulla pista dove l’anno scorso ero probabilmente arrivato al punto più basso è stato qualcosa di unico”. L’affermazione più grande e significativa di quanto meritasse quel posto, quel ruolo. Essere leader. “C’era chi diceva che non fossi pronto per la Formula 1 – ricorda Kimi -. E forse, in alcuni momenti dell’anno scorso, sembrava davvero così. Ma aver vissuto quei momenti mi ha reso molto più preparato per quest’anno. Affrontare situazioni lunghe e difficili e momenti ad alta pressione mi ha aiutato ad affrontare quello che è stato un continuo processo di apprendimento. L’essere arrivato subito in Mercedes, direttamente sotto i riflettori, mi ha fatto crescere molto più velocemente come pilota e come persona. E alla fine fa sempre bene far tacere un po’ le voci…”. Non che il weekend appena concluso, quello in cui ha chiuso definitivamente i conti con l’aritmetica del Mondiale, sia stato una passeggiata. Fin dal suo arrivo in Messico con la febbre e il mal di pancia.
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