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Marc Marquez, l’intervista esclusiva: “Senza Ducati avrei chiuso. Sarebbe stato bello sfidare Stoner”


Partiamo dal principio: può raccontare la sua prima gara su due ruote? Una competizione di MiniEnduro assieme a suo padre e lei che lo fulmina con lo sguardo quando, in ultima posizione, le propone di anticipare il rientro a casa e non concludere la corsa.

«Io ricordo poco di quella gara, ma ho ascoltato tante volte i racconti di mio padre. Avevo quattro anni, quasi cinque: una volta non era come oggi, quindi mi fecero correre anche se ancora non avevo compiuto l’età minima ossia cinque anni, dato che la corsa era organizzata da un motoclub dove mio padre lavorava come volontario. Sicuramente ho finito ultimo quella gara, perché avevo ancora le rotelle, ma già da bambino volevo assolutamente finire la gara, sia che fossi primo o ultimo».

Quando ha capito di avere un talento speciale?

«Onestamente non puoi capirlo da solo, neanche quando arrivi al mondiale, perché pensi che quelli della categoria superiore siano più bravi proprio perché corrono in quella categoria. Quando vinsi in Moto2 ad esempio sapevo che in MotoGP avrei dovuto combattere con fenomeni come Lorenzo, Valentino e Pedrosa, quindi grandi nomi. Quando vinci il primo titolo in MotoGP capisci che stai facendo le cose nel modo giusto, ma fino alla MotoGP non ho mai creduto di avere un talento speciale. In realtà non lo credo nemmeno ora perché ho del talento, ma ci sono anche tante cose intorno a questo sulle quali serve lavorare».

Nel raggiungimento dei suoi successi quanto ha contato la testa e quanto invece la velocità?

«Fino al 2020 è stato 70% velocità e istinto, mentre il restante 30% testa. Oggi è quasi il contrario: la velocità c’è ancora, ma devo usare molto di più la testa e devo lavorare molto di più rispetto a prima, quando era tutto una questione di istinto e velocità, e potevo guidare qualsiasi moto. Quella sensazione era bella (sorride ndc): tutto veniva, e se non veniva cadevo, quindi la testa era poca (ride ndc)».

Qual è stato il momento che le ha cambiato la carriera?

«Per me quando avevo nove anni. In quel momento due fratelli di Mataró (vicino Barcellona ndc) parlarono con mio padre, e gli dissero che quando loro erano piccoli avrebbero voluto correre ma non gli era stato possibile per motivi economici, così ora che avevano un’azienda di successo volevano dare un’opportunità ad un ragazzino, e mi presero sotto la loro ala. Questo aiutò tanto la mia famiglia: venivo da un anno con delle moto piccole e con 3000 euro avevamo fatto tutto, e mio padre aveva già detto che fare il passo successivo sarebbe stato difficile, ma con l’aiuto di queste persone sono riuscito a crescere ed a dimostrare il mio talento. In quel momento stavo decidendo se proseguire con la velocità o passare al motocross, dove i costi erano di gran lunga minori».

Ha vissuto due grandi separazioni nella sua vita di sportivo: quella dal tuo scopritore Emilio Alzamora e quella da Honda. Qual è stata la più dolorosa e quali sono state le differenze?

«Sono state entrambe difficili. Con Alzamora è stata dura perché eravamo insieme da tanti anni, e ci siamo ulteriormente legati quando ho iniziato a correre nel mondiale: mi ha insegnato tante cose, grazie alla sua utilissima esperienza come ex pilota, ma è arrivato un momento dove ho sentito la necessità di cambiare. Su queste cose sono del parere che è meglio chiudere un po’ prima, piuttosto che dilungarsi e farlo male: è stato difficile ma in seguito io e Alex abbiamo creato una strada diversa, anche in ottica futura. Honda non è stata una separazione più o meno difficile, ma è stata diversa: non avevo alternative, dato che se non avessi lasciato Honda avrei smesso. Prima di ritirarmi volevo capire cosa potessi fare con la moto in quel momento vincente, quindi la Ducati, e così sono andato nel team Gresini. Quest’ultimo mi ha aspettato, dato che io gli ho detto che fino ad ottobre non avrei potuto prendere decisioni».

Durante questa avventura in Ducati quando ha smesso di sentirsi un ex pilota Honda in Ducati e ha iniziato a sentirti un ducatista?

«Fine dell’anno scorso e quest’anno. Quelli che dicono di sentirsi parte del nuovo team cinque minuti dopo aver firmato non li capisco: piano piano conosci le persone, l’azienda e tutto il resto. Adesso sto molto bene con la squadra, e l’inverno complicato che abbiamo vissuto ha aiutato questa unione».

Qual è il lato di Marc Marquez che la gente all’esterno non conosce? Chiunque abbia lavorato con lei spende solo parole di elogio.

«Non saprei. Io provo a essere lo stesso sia in pista che a casa, anche se ovviamente in pista sei un po’ più teso. Cerco di essere gentile con tutti, anche perché siamo tutti qui per lo stesso obiettivo ossia cercare di vincere».

Il prossimo anno avrà Pedro Acosta come compagno di squadra. Rivede in lui qualcosa del Marc Marquez di 10 anni fa? Sia come velocità che come irriverenza?

«A livello personale credo ci siano tante differenze tra noi, ma in pista è un “killer”. Ho sempre detto che le generazioni vanno avanti e non ci si può fare nulla: è impossibile vincere fino a 40 anni, un po’ come se prendessimo oggi Messi e un fenomeno di 20 anni. Messi può usare la testa e l’esperienza ma l’altro ha più esplosività, e in questo caso Ducati ha scelto il pilota giusto per il suo futuro».

È cresciuto con i piloti nati a metà anni ’80: in cosa è diversa quella generazione da quella con la quale sta lottando in questi anni?

«In pista sono tutti rivali e ognuno dà il massimo. Fuori dalla pista è diverso, dato che in passato le personalità erano più forti, ognuno aveva la sua, mentre oggi i giovani hanno tutti una personalità più standard, e penso che questo derivi anche dai social. Una volta uno era com’era, e quello che si diceva non lo si leggeva su Instagram, bensì su un magazine di settore e basta. Oggi tutti i giovani piloti possono leggere cosa pensa la gente, e questo ha portato le varie personalità ad essere standard. Io sono fan dei social per certe cose, dato che si riesce ad arrivare alla gente in maniere incredibile, ma poi ci sono anche cose che è meglio non leggere. Ora ognuno può parlare, non solo i professionisti del mestiere che hanno la capacità di raccontare e di dare una opinione, ed ognuno crede alla sua versione della storia».

Ora il suo compagno di squadra è Bagnaia. Ha provato a parlarci in questi mesi difficili?

«Mi dispiace molto la situazione che sta vivendo Bagnaia, dato che è un bravissimo ragazzo e quando sono arrivato in Ducati mi ha accolto a braccia aperte. Lui ha le sue persone, però parliamo e sa che sono qui anche per provare ad aiutarlo. Al contempo però so che quando sei in certe situazioni vuoi la tua gente. Comunque parliamo, ma lo teniamo per noi».

Chi è il pilota della storia che avrebbe voluto sfidare?

«Il più recente è Stoner. Abbiamo tra l’altro un bel rapporto, siamo stati insieme a WDW e si cambiava nel mio ufficio, quindi ci siamo trovati spesso insieme in mutande (ride ndc). Tra quelli che ho visto con i miei occhi però dico Doohan, perché ha vinto cinque titoli di fila. Stoner mi piacerebbe sfidarlo, Doohan non sono sicuro».

Sul Marc che vediamo oggi dentro e fuori dalla pista, quanto ha inciso aver trovato una compagna come Gemma?

«Incide tanto. Nella vita i bisogni cambiano con il tempo: ho fatto dieci anni single, rimbalzando da un posto all’altro e agendo d’istinto (ride ndc), ma poi ho avuto la fortuna di trovare la persona giusta. Un pilota fuori dalla pista è molto egoista, perché ha uno stile di vita al quale le persone intorno a lui devono un po’ adattarsi. Puoi fare un weekend di vacanza, ma la priorità resta la tua professione, e la persona che hai a fianco deve capirlo: nel caso di Gemma questa cosa è stata immediata. Quando sono in vacanza sono il primo a voler vivere, ma durante la stagione tutto è fatto per essere veloce in pista».

Come vive il fatto di essere costantemente sotto i riflettori? Quando è diventato normale e non più il problema?

«Dipende dai momenti. In certi momenti sei arrabbiato e ti trovi davanti venti telecamere, e ti viene l’istinto di rompere l’obiettivo, ma poi capisci che è il tuo lavoro e ti adatti. Fuori dalla pista mi piacerebbe essere uno normale e andare ovunque, ma sono abituato a questa vita sin da piccolo. Le feste nelle quali mi sono divertito di più sono quelle di carnevale, perché posso andare in giro senza problemi».

Come si vede tra dieci anni?

«Non ho una risposta. Certi giorni direi nel paddock, altri a casa, altri non lo so. Quando un pilota finisce la carriera deve vivere almeno un anno o due per capire cosa gli serve, perché noi piloti non conosciamo una vita senza allenamento e routine. Sicuramente qualcosa farò, perché non posso pensare di stare vent’anni a casa sul divano».

Tra venti anni invece per cosa vorrebbe essere ricordato? I successi, il ritorno dopo l’infortunio, oppure altro?

«Per avere dato tutto. Io non avevo più di quello che ho dato, e penso che questo sia sempre stato il mio stile. Ho dato tutto, poi vediamo come andrà». 


Fonte: http://www.corrieredellosport.it/rss/moto

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