La leggerezza del sorriso di Kimi è un manuale di volo per planare sulle pressioni, le ansie e le difficoltà, sfiorandole appena, senza farsi trascinare giù. E non è necessario avere vent’anni per riuscirci, per stamparsi, cioè, quel sorriso sulla faccia nell’affrontare i nostri quotidiani mondiali di fatica, monotonia, scocciature e guai assortiti, che sono molto meno emozionanti di un Gran Premio, ma non meno difficili. L’incoscienza, quella sana, è la prima qualità di un pilota che deve pensare, ma non può rimuginare. Altrimenti una roba come quella di Monza non ci provi nemmeno. La scarti subito l’idea di partire ultimo e superarli tutti prima della fine, perché è effettivamente una follia, ma se pensi e non rimugini trovi sempre una buona ragione per tentarci. Quell’impresa lì, quella del Gran Premio d’Italia, valeva da sola un pezzo di storia dello sport, un capitolo eroico nel librone del motorismo, anche senza metterci sopra il Mondiale. Quel giorno Kimi ha scritto una sceneggiatura con il volante, ora serve solo un produttore che decida di ricamarci una bella storia intorno e un attore con la faccia simpatica come Kimi. A noi, nel frattempo, rimane la realtà di un altro connazionale che scopriamo essere un altro straordinario campione. Sì, insomma, qualcosa di cui essere orgogliosi e chiederci ancora una volta come diavolo facciamo a sfornare così tanti numeri uno mondiali, perché iniziano a essere tanti davvero; e in tante discipline. Poi no, non ci casco e il concetto di Kimi esempio positivo di e per una generazione lo lascio a chi ama generalizzare. Chi è dotato di un talento così portentoso e precoce non rappresenta nessuno tranne che se stesso; e provando a infilare la sua eccezionalità in una casella la si stropiccia inutilmente.
Il vantaggio dei vent’anni
Generazione Z? No, generazione Kimi. Certo, può essere di ispirazione, ma a quel punto perché unicamente dei suoi coetanei? Kimi Antonelli emoziona tutti, mica solo i ventenni. Fa godere come matti anche quelli che, nella loro vita, un campione del mondo italiano in Formula 1 non l’hanno mai visto, cioè chiunque non abbia almeno ottant’anni. Fa godere come Sara Curtis, Jannik Sinner, Nadia Battocletti, Larissa Iapichino, Mattia Furlani, Paola Egonu, Marco Bezzecchi, le ragazze e i ragazzi del volley e quella meravigliosa armata di sportivi che stanno trascinando i nostri cuori in momenti difficili. Storie diverse, ragazzi diversi, che esprimono il loro talento in modo personale, ma che hanno in comune proprio quel sorriso e quella positività. Kimi ha vent’anni. E, secondo il suo mentore alla Mercedes Toto Wolff, deve il suo successo proprio alla giovane età che gli garantisce un approccio più elastico alle nuove monoposto: le macchine si sono progressivamente avvicinate a un grande videogioco e, nel frattempo, i simulatori sono diventati sempre più simili alla realtà delle gare. Kimi, che è praticamente nato sui simulatori, ha dimostrato una capacità di adattamento superiore a qualsiasi altro collega. Ogni cambiamento (la gestione dell’erogazione ottimale dell’energia elettrica della vettura, per esempio), così come ogni imprevisto (cambi di meteo, per esempio) vengono assorbiti velocemente e senza apparente fatica da Kimi. Questa caratteristica, in una Formula 1 in continua evoluzione e che cambia quasi in tempo reale, è praticamente un superpotere. Insomma, proprio quei vent’anni sarebbero il vantaggio di Kimi, ma restano vent’anni, clamorosamente pochi per un’impresa che spesso è la coronazione di una carriera. Per il nostro prodigioso ragazzo è invece solo l’inizio e viene da chiedersi cosa potrà fare, quanto potrà vincere, che traguardi potrà porsi dopo essere diventato campione del mondo al primo colpo. Viene in mente la maxiparabola di Valentino Rossi e alla lunga era segnata dal suo genio. Forse molto dipenderà da chi troverà come avversario. Le grandi epopee sportive nascono dai duelli molto più che da un predominio monocratico. Una cosa è certa: Kimi sarà il grande protagonista per almeno un decennio di Formula 1 e sarà solo da stabilire su quale macchina correrà. Che un pilota nato a quaranta chilometri da Maranello corra per la Mercedes e non per la Ferrari è un paradosso che riassume in modo pungente il momento storico del Cavallino. Ovvio che il sogno di vederlo correre su una Rossa eccita milioni e milioni di appassionati italiani, abituati a tifare per la Ferrari prima di tutto e tutti, connazionali compresi. Eppure Kimi è riuscito anche nel miracolo di muovere il popolo rosso a festeggiare una vittoria della Mercedes dopo l’impresa di Monza, dove il poderoso fiume umano, che caratterizza i dopogara sullo storico circuito, lo ha acclamato con amore. È quello che merita, Kimi, per il suo talento, per il suo sorriso, per quei modi garbati, per i suoi vent’anni che ci fanno guardare al futuro in modo un po’ meno cupo.
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