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    Marco Pantani, la ricostruzione delle inchieste sulla morte il 14 febbraio 2004

    La tragica fine di Marco Pantani coincide con l’inizio di un iter giudiziario intensissimo ed ancora in corso. Sono tre le inchieste che riguardano la sua morte, l’ultima iniziata lo scorso anno ed ancora in corso. Alle quali si somma quella della Procura di Forlì per i fatti di Madonna di Campiglio del giugno 1999. Una salita impervia quella affrontata da mamma Tonina, che non si è mai arresa davanti all’archiviazione delle prime due inchieste riminesi, con la Procura romagnola sempre convinta che non si trattò di omicidio quella notte di San Valentino del 2004 nella stanza D5 del residence Le Rose, sito nel controviale del lungomare riminese, ma di morte causata da abuso di un mix di farmaci e cocaina. Quella che Pantani aveva acquistato dagli spacciatori Veneruso e Miradossa, che abitavano in un appartamento situato dall’altro lato della strada rispetto al residence, proprio prima del decesso. La prima indagine, quella successiva alla morte e al suo clamore mediatico, fu gestita dal pm riminese Paolo Gengarelli. Che a distanza di anni sottolinea come le indagini si basino esclusivamente su fatti concreti e prove evidenti, sempre mancanti anche nelle inchieste successive, confermando però anche la legittimità dei dubbi sulla morte del Pirata. Perché il ritrovamento del corpo e della stanza non possono non farne sorgere. Alcune tumefazioni sul volto e sulle braccia di Marco, il totale disordine trovato in stanza, col lavandino del bagno staccato dal muro, lo specchio del bagno appoggiato per terra, l’armadio del salotto piazzato davanti alla porta d’ingresso, chiusa dall’interno, cocaina per terra e inserita in un bolo di mollica ritrovato di fianco al cadavere. E ancora: le chiamate di Pantani in reception “denunciando” rumori e gente che gli stava dando fastidio, anche se quando poi gli inservienti dell’hotel si presentarono a bussare Marco li mandò via senza permettergli di entrare. I rumori sentiti dai vicini della D5, e coi quali Marco aveva in precedenza avuto un breve e pacifico colloquio. Le telecamere di sorveglianze non funzionanti davanti all’ingresso del retro dell’albergo, al quale si poteva accedere anche dal piano garage senza quindi dover passare davanti alla reception. I due giubbotti invernali che Pantani si portò a Rimini da Milano, da dove era partito nei giorni precedenti al decesso dopo l’allontanamento dall’appartamento della sua manager, Manuela Ronchi, dalla quale aveva pernottato per qualche giorno nei primi giorni del febbraio 2004, mai ritrovati all’interno del residence Le Rose. Dubbi e perplessità che hanno portato all’apertura di una seconda indagine, nel 2014. L’ipotesi era omicidio, l’accusa contro ignoti. Col titolare, Paolo Giovagnoli, che prima ammette la riapertura del caso e poi, a distanza di mesi, ne chiede una nuova archiviazione. Nonostante una perizia di parte del professor Avato smentisse la precedente, successiva al decesso, del professor Fortuni, e ulteriori tematiche, anche relative agli errori commessi dagli inquirenti durante la prima inchiesta, fossero venute a galla. Secondo Giovagnoli, che basava il suo giudizio anche sulla perizia svolta dal professor Tagliaro, perito terzo chiamato in causa proprio dagli inquirenti, non erano emersi elementi nuovi che facessero pensare ad un omicidio. 

    L’inchiesta sui fatti di Campiglio
    Nel frattempo, e in parallelo, a Forlì si indagava nuovamente anche sui fatti di Campiglio. Dopo la rapida archiviazione dell’inchiesta del ’99 a Trento, nel 2016 la pm Lucia Spirito apre un nuovo fascicolo sull’ipotesi di associazione per delinquere finalizzata alla frode e truffa sportiva. Alla base le dichiarazioni di Renato Vallanzasca dal carcere, informato da ambienti vicini alla Camorra che “il pelatino” (Pantani) non vincerà il Giro del 1999. Cosa sportivamente impossibile, visto che Pantani a due tappe dal termine aveva un vantaggio abissale nei confronti del secondo in classifica, ma poi realmente accaduta. L’ematocrito analizzato dai tre medici nell’albergo di Madonna di Campiglio che ospitava Pantani e la Mercatone Uno nella notte precedente alla penultima tappa di quel Giro, era superiore a 50 (51.9 per l’esattezza), quota ritenuta limite per la sicurezza della salute degli atleti. Limite superato che non gli permise di concludere quel Giro, oltre a gettarlo moralmente in quell’abisso dal quale non sarebbe poi più uscito. Secondo Vallanzasca quella provetta, neanche scelta da Pantani che invece ne aveva diritto, era stata “taroccata”. In pratica, visti poi i valori ematici, ci potrebbe essere stata una deplasmazione del sangue presente. Si toglie una parte volatile che si trova sopra il plasma prelevato, e come conseguenza la densità del sangue stesso cresce fino a sforare i limiti. Prove ne sarebbe stata la drastica diminuzione delle piastrine, crollate in quel test ad un valore da persona gravemente malata, non certo di chi ha dominato tre settimane di massacranti saliscendi per l’Italia, montagne comprese. E il fatto che un professionista come Marco non avesse sotto controllo i suoi livelli ematici da primissimo in classifica, con la certezza quindi di un controllo, e a due giorni dalla fine del Giro è onestamente non credibile. Dubbi enormi quindi, decisamente maggiori rispetto alle altre indagini. Ma anche in questo caso, nonostante il rinvio degli atti alla Procura antimafia di Napoli, è arrivata una nuova archiviazione per l’inchiesta, disposta dal gip Monica Galassi, fermata stavolta dalla prescrizione del reato ipotizzato.

    La terza inchiesta sulla morte
    E ancora, nel 2021, una terza inchiesta sulla morte di Marco. Sempre a Rimini, sempre su iniziativa di mamma Tonina: che mai si è arresa e mai lo farà. Nuove testimonianze, una ventina, nuovi approfondimenti che però anche in questo caso non sembrano portare ad un finale diverso. Molte le imprecisioni riscontrate nei racconti e nelle testimonianze, alcune poco credibili o addirittura inventati. Oltre ad una tempistica, a quasi vent’anni dal decesso, che non aiuta. In un iter giudiziario complesso e lungo vent’anni. Proprio come il ricordo, che al contrario non avrà mai archiviazione, del campione di Cesenatico. LEGGI TUTTO

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    Pantani, le vittorie al Giro d’Italia e al Tour de France. FOTO

    A vent’anni dalla sua morte, ricordiamo le imprese del ciclista romagnolo sulle strade del Giro d’Italia e del Tour de France, vinti con una storica doppietta nel 1998. Dalle scalate dell’Alpe d’Huez al miracoloso recupero di Oropa, dai successi a Les Deux Alpes e all’Aprica fino agli ultimi acuti sul Ventoux e Courchevel, ecco le immagini che hanno fatto la storia del Pirata
    PANTANI PER SEMPRE: LO SPECIALE LEGGI TUTTO

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    Pantani, quel 5 giugno 1994: la nascita del mito che tenne insieme nonni e nipoti

    5 giugno 1994: Marco Pantani, dopo il successo il giorno prima a Merano, si impone nella tappa con arrivo ad Aprica dopo aver scalato Stelvio, Mortirolo e Santa Cristina. Fa quasi saltare il Giro d’Italia e irrompe nel cuore di tifosi e appassionati di ciclismo, unendo nonni e nipoti. Quel giorno come una rivelazione: niente fu come prima. Anche per un mito come Charly Gaul. Un racconto personale ma che riguarda, in fondo, almeno tre generazioni
    PANTANI PER SEMPRE: LO SPECIALE

    I pomeriggi tra maggio e giugno, profumo di primavera, giornate che si allungano. Tanta voglia di diventare grandi, di crescere in fretta. A 13 anni ogni cellula del tuo corpo vuole esplodere, entrare il prima possibile nel mondo degli adulti. Stavo preparando, stancamente, gli esami di terza media in quel giugno 1994. Da un lato, il sogno di avere già 14 anni per avere il primo motorino, dall’altro un attaccamento all’infanzia inconsapevole e tenace. La bicicletta come strumento di scoperta e di libertà: simbolo del rapporto padre-figlio. Papà che t’insegna ad andare senza rotelle: diventerà un ricordo dolce. Ma a 13-14 anni vuoi la libertà e con la bici ti spingi proprio dove i tuoi genitori ti vietano, superi quei confini che i tuoi ti hanno indicato come limite invalicabile. Cerchi la tua strada. E siccome a 13 anni si pensa di essere già grandi ma si è ancora bambini, ti identifichi con i corridori. Chiappucci e Bugno che sfidano Indurain. Avevo una polo rosa e quando la indossavo mi piaceva immaginarmi di essere il Diablo. Ogni cavalcavia dell’hinterland diventava per me un Mortirolo in cui staccavo Indurain. Quando incontravo stradoni lunghi (all’epoca senza rotonde) sognavo a occhi aperti di essere Bugno che finalmente superava a cronometro il fenomeno spagnolo. E poi c’è il nonno. Il rito irrinunciabile era guardare con lui le tappe del Giro e del Tour, in pomeriggi che scorrono dolcemente e per fortuna lentamente come quelle salite in cui vorresti esserci, a bordo strada. Il cerimoniale era più o meno sempre identico. Andavo da mia nonna e le chiedevo: «Dov’è il nonno? Sta per cominciare la diretta della tappa». E mia nonna solitamente rispondeva, in veneto: «Xe drìo dire el rosario in garage». Sì, perché mio nonno, come molti altri, era un operaio in pensione che passava i pomeriggi a costruire e riparare nel suo garage-officina, e ogni tanto, anzi ogni spesso, qualche improperio in dialetto diciamo che gli scappava, con quel particolare rapporto che tanti veneti hanno con la blasfemia. Tutte le mie biciclette le ha costruite lui: era uno di quegli operai capaci di «fare i baffi alle mosche», così si diceva per descrivere la maestria della nostra mitica classe operaia. E soprattutto, come tanti altri nonni, era un grande appassionato di ciclismo. Era anche stato un corridore in gioventù, poi la guerra e una pleurite ne avevano spento le velleità agonistiche. Sapeva leggere le tappe e i protagonisti in modo preciso e risoluto. C’è una data che più di altre resta impressa nella mia memoria: il 5 giugno 1994. Il giorno prima al Giro aveva vinto un giovane corridore della Carrera, un certo Marco Pantani. Aveva un ciuffo che gli dava dieci anni in più di quelli che aveva: se lo sarebbe tolto più avanti, diventando il Pirata. 

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    La ‘pazza’ discesa di Merano
    Aveva sorpreso tutti a Merano grazie alle sue capacità da discesista, qualità che a noi ragazzini costò più di una sbucciatura di gomiti e ginocchi, pantaloni e magliette distrutti, nel tentativo di imitarlo ovunque la strada scendesse in picchiata. Come planava lui, con quel modo di mettere il sedere fuori di sella, spericolato e al tempo stesso micidiale come un motociclista in pista al mondiale. Se per gli addetti ai lavori il talento di Pantani era già noto, noi ragazzini e semplici spettatori ancora non sapevamo. Era un’epoca senza social, senza internet e senza quella miriade di informazioni di cui oggi disponiamo in modo totalizzante. Per fare un esempio: che Sinner avrebbe vinto uno slam ce lo hanno previsto con anni di anticipo, Pantani quando apparve a noi, il famoso pubblico a casa, non si sapeva chi fosse. Pensammo che fosse un exploit di un giovane talento e nulla più. Noi che tifavamo Bugno e Chiappucci, i due alfieri italiani che tentavano disperatamente di battere il moloch spagnolo, quel concentrato di doti fisiche e capacità serafica di gestire le corse che era Miguel Indurain, non potevamo sapere. 

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    Ciclismo
    “Pantanissimo”, un eroe sempre in prima pagina

    Con le sue gesta straordinarie, Marco Pantani ha stregato il mondo del ciclismo e non solo. A vent’anni dalla sua morte, vogliamo ricordarlo nelle sue numerose imprese a Giro e Tour, testimoniate dai titoli e dalle prime pagine dei più importanti quotidiani sportivi dell’epoca
    PANTANI PER SEMPRE: LO SPECIALE

    IL MITO DI MARCO PANTANI SULLE PRIME PAGINE DEI QUOTIDIANI SPORTIVI

    Dal 1994 al 2000, il Pirata ha fatto innamorare il mondo del ciclismo. A vent’anni dalla sua morte, vogliamo ricordarlo nelle sue numerose imprese a Giro e Tour, testimoniate dai titoli e dalle prime pagine dei più importanti quotidiani sportivi. In un’epoca in cui i social ancora non esistevano, ecco come veniva celebrato il campione di Cesenatico sui media

    3 AGOSTO 1998: MARC DE TRIOMPHE

    La Gazzetta dello Sport celebra la vittoria di Pantani al Tour 1998 con un geniale “Marc de Triomphe”, con la foto del Pirata festeggiato da Felice Gimondi, ultima maglia gialla italiana prima di lui nel 1965

    3 AGOSTO 1998: PANTANISSIMO

    L’Equipe conia un superlativo in ricordo del grande Fausto Coppi (Campionissimo) per descrivere la vittoria di Marco Pantani al Tour del 1998. Un grande onore per il ciclista romagnolo

    Tappa da brivido: Stelvio e Mortirolo
    Lo avremmo scoperto proprio quel 5 giugno. La tappa era di quelle da brivido: Stelvio, Mortirolo, Santa Cristina e arrivo ad Aprica. Non pensavamo che quel Pantani avrebbe bissato il successo del giorno prima, mai avremmo immaginato che lo avrebbe fatto con una prova di estrema maturità e talento assoluti. Mai ci saremmo immaginati che avrebbe quasi fatto saltare il Giro, spazzando via i piani di Berzin, Indurain e Chiappucci. Mio nonno guardava la tappa e per una volta lo vidi meno tranquillo, si agitava sulla poltrona come mai prima. Lui tendeva a smorzare i miei entusiasmi con commenti tecnici quasi sempre infallibili. Quel giorno, invece, si lasciò andare a un entusiasmo fanciullesco. Pantani è stato questo, per la mia generazione: l’unione di nonni e nipoti. Noi trovammo, come un’epifania, una rivelazione, l’idolo che ci avrebbe fatto restare bambini ancora per un po’, che ci avrebbe fatto sbucciare ancora gomiti e ginocchi, che ci avrebbe tenuto lontano dai motorini e ancora fedeli ai pedali. I nostri nonni respirarono l’aria dei campioni per cui avevano trepidato da giovani. Coppi, Bartali e un altro, che italiano non era. Mio nonno me lo disse mentre Pantani, sul Mortirolo, scattava e dava quelle sparate che lo avrebbero reso celebre. “Mi ricorda Charly Gaul”. Non sapevo chi fosse e quindi lui, paziente, mi raccontò chi era stato, “L’Angelo della Montagna”.

    L’Angelo della Montagna e il Pirata
    Anni ’50, e due scalatori che resteranno per sempre nel mito: Gaul, appunto, e lo spagnolo Bahamontes, “L’Aquila di Toledo”. Amici e rivali. Con il lussemburghese che entrò nella storia l’8 giugno del 1956. Monte Bondone, tappa di quasi 250 km corsa nella neve e nel gelo, corridori congelati. Si narra che il direttore sportivo di Gaul, Learco Guerra, durante la fuga del suo corridore lo fece fermare in una baita: bagno caldo, divisa ad asciugare al fuoco, poi di nuovo in sella. Degli 86 corridori partiti ne arrivarono meno della metà, molti già quasi in ipotermia. Gaul taglia da solo al traguardo, gli occhi azzurri persi nel vuoto, spiritati dopo un’impresa tremenda, quasi tragica e per questo eroica. Mio nonno non sapeva che Gaul, dopo varie peripezie e drammi interiori, la depressione e l’alcolismo, proprio tra gli anni ’80/’90 si stava riprendendo ed era stato assunto al museo del ciclismo in Lussemburgo. E che avrebbe ritrovato un po’ di entusiasmo e passione per il ciclismo grazie a Marco Pantani. Lo considerava il suo vero erede. Si fece rivedere nell’ambiente proprio per via del Pirata. Una delle sue ultime uscite pubbliche fu al funerale di Marco in quel terribile febbraio 2004. Era presente, a onorare un suo pari, un sodale di fatiche e imprese. Mi piace pensare che anche per Gaul fosse stata così stupenda l’apparizione sulla scena di Pantani. Guardare quel volto dallo sguardo malinconico, altra caratteristica del Pirata, ma con quel sorriso buono, accogliente, di un animo fragile e gentile. Una volta Gianni Mura chiese a Marco: «Perché vai così forte in salita?» e lui gli rispose: «Per abbreviare la mia agonia». Forse è in questo che gli scalatori si riconoscono fra loro, si “annusano” l’un l’altro, si capiscono anche a distanza. Ed è per questo che siamo ancora così tanti a essere appassionati di ciclismo. Riconosciamo lo sforzo, perché sappiamo quanto è difficile pedalare, quando la strada inesorabilmente sale. C’è una “democrazia della fatica” che in altri sport manca: applaudiamo il primo che passa al Gran Premio della Montagna con lo stesso entusiasmo con cui incitiamo l’ultimo. Abbiamo rispetto per l’impegno profuso in qualsiasi condizione, caldo soffocante, pioggia a dirotto, il gelo di bufere improvvise in quota. Mi piace immaginare che anche Gaul fosse davanti al televisore quel 5 giugno del 1994. 

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    Niente fu come prima
    Scollinato il Mortirolo, solo il Santa Cristina divide Marco Pantani dal traguardo dell’Aprica, dopo una tappa di quasi sette ore corsa all’attacco ma anche con intelligenza. In via Roma ci arriva da solo, braccia al cielo e quel ciuffetto di capelli che svolazza al traguardo. Il banco non salta ma poco ci manca, perché in quel Giro Marco si piazzerà secondo in classifica generale, dietro la maglia rosa Berzin e davanti a Indurain. Quel 5 giugno 1994 fu l’inizio, niente sarà più come prima: ci innamorammo perdutamente di Pantani, quel giorno. Non era ancora il Pirata, non sapevamo che avrebbe avuto davanti tanta sfortuna: investito da un suv alla Milano-Torino, il gatto nella discesa di Chiunzi a tagliargli la strada al Giro. Avremmo aspettato quattro anni per vedere quella splendida doppietta: Giro e Tour, 1998. In maglia gialla, un italiano 33 anni dopo Felice Gimondi. Quel 5 giugno 1994 ci ritrovammo, nonni e nipoti, uniti da quegli scatti indelebili, da quella capacità di “attaccare” la montagna, da quel modo di sorridere che ci conquistava, da quegli occhi lucidi di intelligenza e sofferenza. Ci riconoscemmo in quella fatica, nelle sue difficoltà e nella sua capacità di rialzarsi. Almeno tre generazioni unite in modo pressoché plebiscitario: eravamo tutti trepidanti per il Pirata o, come lo chiamava Mura, Pantadattilo. Un soprannome perfetto perché collocava Pantani in un mondo fantastico, riaccendendo l’epica di un ciclismo di epoche mitiche, perché lo estraniava dalle dinamiche spazio-temporali. Una sorta di fossile che riprendeva vita e forma, forza e presenza. Quanto amore Marco ci ha dato. Glielo abbiamo restituito, sempre. Chissà se ha mai avuto la consapevolezza di quanti nonni e nipoti tenne incollati alla tv, ad aspettare il suo scatto micidiale, formidabile, devastante. Verso la vittoria, verso l’impresa. Legando per sempre generazioni ed epoche, sotto una bandana immaginaria che ci teneva – e ci tiene – tutti uniti.

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    Ciclismo
    Le vittorie di Pantani a Giro e Tour

    A vent’anni dalla sua morte, ricordiamo le imprese del ciclista romagnolo sulle strade del Giro d’Italia e del Tour de France, vinti con una storica doppietta nel 1998. Dalle scalate dell’Alpe d’Huez al miracoloso recupero di Oropa, dai successi a Les Deux Alpes e all’Aprica fino agli ultimi acuti sul Ventoux e Courchevel, ecco le immagini che hanno fatto la storia del Pirata
    PANTANI PER SEMPRE: LO SPECIALE

    1994, MERANO E APRICA: IL MONDO CONOSCE MARCO PANTANI

    L’esuberanza di Marco Pantani si palesa al mondo alla prima vera occasione: il 24enne romagnolo fa impazzire l’Italia vincendo due tappe al Giro 1994 con gli arrivi a Merano e all’Aprica, salendo anche sul podio al 2° posto dietro alla maglia rosa Berzin 

    1998, COMINCIA LA SCALATA ALLA CLASSIFICA A PIANCAVALLO

    Piuttosto in ombra nei giorni precedenti, Pantani comincia la sua rincorsa alla vetta della classifica generale e alla maglia rosa, indossata dallo svizzero Zulle: il Pirata vince la 14^ tappa a Piancavallo

    LA PRIMA VITTORIA IN MAGLIA ROSA A PLAN DI MONTECAMPIONE

    Già in maglia rosa, il Pirata certifica di fatto il successo in quel Giro con l’arrivo in solitaria a Plan di Montecampione nella 19^ frazione

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    Pantani, tutti i rivali della carriera: da Ullrich ad Armstrong

    Sono tanti i campioni con cui Pantani ha lottato. Memorabile il duello con Ullrich al Tour ’98, così come quelli con Indurain, Ugrumov, Berzin e Chiappucci a inizio carriera. Con Tonkov e Gotti le grandi sfide al Giro, contro Armstrong gli ultimi lampi di classe cristallina sulle amate salite francesi
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    B1 femminile: Pomezia cade al tie-break in casa del Montesport

    Un altro tie-break fatale per la serie B1 femminile dello United Volley Pomezia. Dopo due settimane di pausa dal campionato, le ragazze del presidente Gianni Viglietti sono tornate in campo in terra toscana per affrontare il Montesport che si è imposto per 3-2.

    “Non abbiamo iniziato nemmeno male come ci è successo più di qualche volta in trasferta – dice il capitano e palleggiatore classe 1994 Carlotta Oggioni – Purtroppo, però, abbiamo ceduto in extremis nel primo set e poi nel secondo abbiamo peggiorato il nostro rendimento, mentre le avversarie si sono dimostrate molto abili soprattutto sul muro-difesa. A quel punto, onestamente, ho pensato che avessimo complicato irrimediabilmente la partita e invece siamo riuscite a rialzarci anche grazie a qualche cambio.“

    “Il terzo parziale è stato molto tirato, ma stavolta l’abbiamo spuntata, mentre nel quarto abbiamo condotto la gara in modo autoritario fino ad arrivare al solito tie-break dove purtroppo non siamo riuscite a esprimerci al meglio e su questo aspetto bisogna iniziare a ragionare. A questo gruppo non è mai mancata la personalità, anche se in questa stagione qualche cambiamento c’è stato.”

    “Credo, piuttosto, che sia principalmente un problema tecnico e quindi in allenamento dobbiamo lavorare per migliorare su queste situazioni. Rimane un po’ di rammarico per il risultato: all’andata avevamo battuto la squadra toscana per 3-0 e volevamo iniziare il girone di ritorno con una vittoria in trasferta, anche perché fuori casa finora abbiamo vinto una sola partita e quindi anche da quel punto di vista dobbiamo cambiare l’inerzia di questa stagione”.

    La Oggioni rimane fiduciosa sulla possibilità di raggiungere i play off promozione: “C’è un pizzico di delusione per come stanno andando le cose ultimamente, è inutile negarlo. Da capitano sono fiduciosa perché la squadra ha le qualità giuste per rialzarsi in fretta. Il terzo posto è ancora raggiungibile, d’altronde manca tutto il girone di ritorno e ci sono ancora tanti punti a disposizione”.

    Nel prossimo turno lo United Volley Pomezia riceverà la visita delle marchigiane di Clementina che al momento hanno tre punti in più in classifica e sono quinte. “All’andata abbiamo perso 3-2, la prima sconfitta al tie-break della serie stagionale. Ce la giocammo alla pari contro una squadra quadrata e di buone qualità. È una formazione sicuramente superiore al Montesport che ci ha battuto nell’ultimo turno, ma stavolta giochiamo in casa e speriamo di fare bene”.

    (fonte: comunicato stampa) LEGGI TUTTO

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    Giovedì alle ore 19 la Emma Villas Siena sfida Castellana Grotte

    I biancoblu hanno ricominciato gli allenamenti e si preparano a sfidare il team allenato da coach Simone Cruciani

    Al Pala De Andrè di Ravenna la Emma Villas Siena ha vinto una partita che ha avuto già il sapore dei playoff. Sembrava una gara da post regular season per la qualità che si è vista sul taraflex, per l’intensità della sfida e anche per la gioia con cui il successo senese è stato salutato dai pallavolisti allenati da coach Gianluca Graziosi e dallo staff e dalla dirigenza biancoblu.
    Davanti a quasi mille spettatori nel bel palazzetto dello sport ravennate la squadra senese è riuscita a riemergere da una situazione di estrema difficoltà, dopo essersi trovata in svantaggio al tiebreak per 8-3. Sembrava finita, pareva che stesse per arrivare la seconda sconfitta consecutiva in campionato per la Emma Villas al tiebreak. E invece i toscani hanno tirato fuori un carattere eccezionale e hanno dimostrato di saper lottare e affrontare al meglio le difficoltà. Trascinati da un sontuoso Alessio Tallone, autore dei punti decisivi per il successo senese, hanno piazzato un break che ha consentito di raggiungere la parità sul 9-9, e con un parziale quindi di 1-6, e poi di mettere la testa avanti sul 10-11.
    È stata, quella ottenuta a Ravenna, una delle vittorie stagionali più belle, più intense e più significative per la Emma Villas Siena. È stata anche l’ottava vittoria della squadra di coach Graziosi nelle ultime nove partite, e l’unica sconfitta in questo filotto di risultati è arrivata al tiebreak in casa contro Brescia dopo avere sprecato una ghiotta opportunità di chiudere la sfida già nel quarto set.
    Il momento per i biancoblu è quindi certamente assai buono, ed è testimoniato dalla risalita in classifica e dalle posizioni guadagnate nelle ultime settimane. La Emma Villas è ora seconda con 42 punti, e la conquista dei playoff è ormai a un passo. L’avversaria del prossimo turno è Castellana Grotte, che sta vivendo una stagione difficile e che cerca punti importanti per la permanenza in serie A2. Il match verrà giocato giovedì 15 febbraio a partire dalle ore 19 al PalaEstra. La squadra senese ha ricominciato gli allenamenti in vista di questo appuntamento.
    L’avversario di giovedì è la squadra di coach Simone Cruciani, che da assistente allenatore ha vissuto due esperienze a Siena: nella prima ha conquistato il campionato di Superlega vincendo il torneo di A2, nella seconda (a cinque anni di distanza) ha giocato proprio il torneo di Superlega. È un tecnico stimato e apprezzato a Siena, ora cerca di salvare Castellana Grotte. Nell’ultimo turno di campionato ha conquistato una bellissima vittoria interna contro la forte Cuneo: i pugliesi si sono imposti per 3-1 con 25 punti a referto di Alejandro Bermudez e 18 di Nicola Cianciotta. LEGGI TUTTO

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    D femminile: la Fenix Energia Faenza balza al secondo posto

    La Fenix Energia Faenza supera il San Giorgio Ferrara per 3-1 e si porta al secondo posto ad un solo punto dalla vetta. Un grande risultato per la squadra di coach Polo, che porterà ancora più carica in vista di un girone di ritorno che sarà molto duro.

    “È una partita che temevo moltissimo – sottolinea l’allenatore Loris Polo – perché il San Giorgio è davvero forte se in giornata positiva. In attacco ha giocatrici molto brave pur pagando qualcosa sotto altri frangenti e dunque sapevamo che sarebbe stato un match difficile. Inoltre abbiamo un calendario folle perché è difficile dare continuità alle partite e al lavoro con soste lunghe come quella che c’è stata a fine gennaio, perché le ragazze fanno fatica ad allenarsi con intensità se non ci sono gare il sabato: questo aspetto vale ovviamente per tutti. Mi aspettavo quindi una prestazione altalenante come lo sono stati gli allenamenti e così è stato“.

    “Siamo partiti vincendo agevolmente il primo set – continua l’allenatore – anche se le ragazze non mi sono piaciute tantissimo, mentre nel secondo abbiamo giocato più di squadra e con attenzione. Nel terzo, forse perché appagati, ci siamo sciolti, mentre nel quarto c’è stata una bella reazione, anche se ad un certo punto abbiamo pensato senza motivo di aver già vinto, iniziando commettere errori banali e a non avere attenzione. Avevamo comunque accumulato un vantaggio talmente ampio che la partita non è mai tornata in discussione. Abbiamo conquistato tre punti importanti e siamo ad un punto dalla prima: questa situazione ci carica, ma bisogna sempre restare concentrati in allenamento e in partita“.

    Fenix Energia Faenza-San Giorgio Ferrara 3-1 (25-18, 25-22, 16-25, 25-16)FAENZA: Bartoli, Benedetti 10, Dall’Oppio 12, Enabulele 11, Gallegati 12, Melandri 7, Ramponi 9, Rossi, Spada ne, Calderoni (L1), Rosetti (L2), Calubani ne, Merendi ne. All.: Polo.

    (fonte: Comunicato stampa) LEGGI TUTTO